Articoli pubblicati online su Sindromedistendhal.com e su L'Eco
Il pubblico visita il MAXXI ancora vuoto
Un'occasione straordinaria per esplorare l'architettura di Zaha Hadid

Dopo la presentazione per la stampa e due giornate di visite guidate (le cui prenotazioni sono andate a ruba), il MAXXI ha organizzato altri due appuntamenti per permettere al pubblico di visitare la nuova struttura progettata da Zaha Hadid.
Si è trattato di un'occasione unica, perché è stato possibile passeggiare per il museo appena terminato ma ancora vuoto, prima che venga allestito per l'inaugurazione ufficiale della prossima primavera.

All'appuntamento fissato nel weekend il pubblico si è presentato numeroso, sia che fosse riuscito a prenotarsi un posto o meno; così gli spazi che attendono di assumere la loro funzione museale sono stati percorsi e visitati da un gran numero di persone.
Ad aggirarsi per i corridoi e le scale c'erano visitatori di ogni tipo ed età: dai bambini che correvano e giocavano dentro e fuori il museo, ai visitatori dall'occhio specializzato intenti a commentare dettagli architettonici, chiedendo spiegazioni al personale a disposizione, fino ai molti muniti di macchine fotografiche semi professionali, divertiti dalla possibilità di catturare ogni tipo di scorcio.
In generale, a dominare nell'aria c'era un'atmosfera di esplorazione e di continua scoperta. Ognuno di noi, infatti, era intento a curiosare, girare, perfino perdersi tra scale, corridoi e rampe, affacciandosi in ogni apertura, provando a spingere ogni porta di sicurezza per vedere dove poteva portare, scoprendo terrazzi, vani di scale, ascensori e visioni simultanee interno-esterno ad ogni svolta.

Questo invito ad esplorare, percorrere, vivere lo spazio ha come corrispettivo la sensazione che l'architetto stesso si sia divertito, appunto, a “giocare” con gli elementi del linguaggio architettonico, creando continue variazioni negli ambienti e mettendo spesso in relazione l'interno con l'esterno.
Gli esempi sono molti: soffitti altissimi che si alternano a corridoi di poco più di due metri di altezza, inserti trasparenti che permettono di vedere l'esterno o, dal piano più alto, i visitatori che passeggiano a piano terra e poi le scale che si collegano, zigzagano, creano diramazioni cancellando la percezione classica della rigida scansione dei piani presente nelle costruzioni comuni. Il tutto, articolato da una gamma ristretta di materiali e colori: cemento, acciaio e vetro, cioè grigio, nero, bianco e trasparente.
Nessun elemento stilistico prevale sugli altri all'interno dell'edificio: alle curve sinuose delle gallerie interne risponde il taglio netto e squadrato dell'elemento aggettante all'ultimo piano, mentre le scale inseriscono una dinamiche di linee spezzate.
Proprio una volta arrivati all'ultimo piano (senza sapere bene come ci si è arrivati), si ha la sorpresa di affacciarsi da una vetrata non perpendicolare al suolo ma inclinata verso l'esterno che ci permette di sporgerci in avanti e guardare di sotto, come se non ci fosse nulla a sostenerci.
Il risultato è uno strano senso di vertigine ma anche un'originale esperienza di sospensione nel vuoto.

Insomma, nessun'altra architettura meglio di questa avrebbe potuto prestarsi ad un'occasione del genere, in cui il museo, invece di essere contenitore di opere, diventa opera che espone se stessa.
In questo senso il museo di Zaha Hadid ci sembra un'opera riuscita, un'architettura che si fa scoprire percorrendola ed esplorandola, come nei migliori casi di arte contemporanea. Aspettiamo di vedere come questo spazio verrà modificato e interagirà con la presenza delle opere, per poter saggiare il suo valore anche dal punto di vista della funzionalità. Ormai manca poco: l'appuntamento è per Maggio 2010.

Vai all'articolo pubblicato sul sito


Novembre 2009



A Palazzo delle Esposizioni i delicati equilibri dei mobile di Calder
Una mostra antologica da visitare fino al 14 Febbraio 2010

Allestita al Palazzo delle Esposizioni fino al 14 Febbraio 2010, la mostra intitolata Calder propone un percorso antologico attraverso l'opera dell'artista statunitense scomparso alla metà degli anni '70.
Si tratta di un'occasione unica e affascinante di ammirare dal vivo il lavoro di un artista capace di reinventare la scultura e il suo modo di relazionarsi con lo spazio, creando così delle opere che molto più di altre meritano di essere apprezzate dal vero.

Anche se si comincia con la produzione meno nota di Alexander Calder, il percorso della mostra incuriosisce fin da subito: nella prima sala ci troviamo davanti una serie di animali e altre figure tridimensionali realizzate con un filo di ferro modellato.
Queste opere ci fanno pensare: si intuisce in esse una riflessione sui concetti di spazio e rappresentazione da parte dell'artista. In particolare quello che colpisce e disorienta è vedere una linea di contorno in un contesto, quello della scultura, che in genere lavora componendo volumi nello spazio. In queste opere è come se la convenzione arbitraria che sta alla base del disegno, cioè la linea di contorno, venisse applicata alle tre dimensioni, moltiplicandosi ulteriormente attraverso le numerose ombre proiettate sul pavimento, intrecciate in un affascinante intrico.
Neanche il tema della qualità del segno (verrebbe da dire grafico) rimane estraneo a questa riflessione, visto che la variazione dello spessore del filo di ferro utilizzato riesce a comunicare differenti sensazioni e modulare lo sviluppo della forma. Soltanto poche opere dunque e già i concetti di volume e scultura sembrano messi in discussione.
Un'altra opera molto interessante che pare quasi ipnotizzare i visitatori, raccolti in semicerchio, con lo sguardo ammirato e divertito è Small sphere and heavy sphere.
Si tratta di un'installazione composta da cinque bottiglie di vetro, un barattolo di latta, un gong e una cassa di legno disposti a terra, più una piccola sfera bianca una rossa più grande che pendono dal soffitto, unite da un'asticella. Con meraviglia ci rendiamo conto di essere di fronte niente meno che ad un'opera d'arte generativa, datata 1932.
L'artista ha infatti definito una serie di condizioni iniziali creando un campo di forze all'interno del quale è il caso a generare differenti configurazioni, non solo visive ma anche sonore. Una periodica leggera spinta da parte degli addetti del museo alla sfera più piccola mette in moto una serie di oscillazioni imprevedibili che portano la sfera a colpire o a schivare i vari oggetti, ottenendo una partitura di suoni sempre differente.
Proprio il particolare equilibrio creato dall'artista nel bilanciamento delle due sfere fa sì che il dondolìo sia diverso ad ogni rotazione, generando continua sorpresa in chi rimane ad ammirarlo.
Di grande intensità è anche l'opera intitolata L'albero, un capolavoro che cattura per la sua potenza, per il modo in cui contrappone leggerezza e staticità.

Il percorso attraverso la produzione di Alexander Calder continua poi seguendo un processo di astrazione delle figure e presentando anche alcuni suoi lavori pittorici.
Queste gouache però, viste di fronte alle sculture, appaiono più come dei momenti di ricerca transitori, finalizzati alla realizzazione delle opere tridimensionali di fronte alle quali quasi sfigurano. Dei mobile, oltre alle infinite combinazioni ottenibili a partire dalla composizione di movimenti semplici, quello che affascina è il fatto che presentano quasi sempre un doppio livello di movimento: quello della struttura nel suo complesso assieme a quello indipendente delle singole parti.
Questo rafforza la sensazioni di trovarsi di fronte a una sorta di organismo vitale, soprattutto laddove le forme che richiamano foglie o petali di fiori si combinano ad elementi lineari dalle curve sinuose. In molte opere il movimento è leggerissimo e lo spettatore è catturato a contemplare il delicato equilibrio creato tra le parti che si influenzano a vicenda. Calder gioca inoltre consapevolmente con le ombre delle sue opere in movimento installando dietro di esse un pannello a volte colorato per raccoglierle.
Solo raramente invece sfrutta i riflessi di luce che questi meccanismi possono creare: è il caso delle foglie di alluminio e del pesce realizzato con frammenti di vetro e altri materiali riflettenti. A livello di sensazione generale, il vocabolario di forme di Calder richiama alla mente qualche eco dell'opera di Mirò ma in maniera meno marcata di come potrebbe sembrare a prima vista, anche grazie alla ristretta gamma di toni utilizzata nei mobile.
La prova del collegamento tra i due artisti però c'è e si trova in una delle fotografie realizzate da Ugo Mulas dentro e fuori i numerosi studi di Calder: in uno di essi compare infatti proprio un dipinto del pittore spagnolo. In queste foto, esposte in mostra in una apposita sezione, non solo emerge il lato umano e giocoso di Calder ma Mulas riesce anche nel difficile compito di rendere fotograficamente le esili sculture di filo di ferro, con una gamma molto contrastata di neri e bianchi su uno sfondo grigio scuro.
L'unico piccolo rimpianto resta nel constatare come quelle opere che probabilmente erano pensate come dei meccanismi da muovere e coi quali giocare, come accade nel documentario su Calder proiettato in mostra, a causa del loro statuto di opere d'arte, siano diventate qualcosa da proteggere con cura al punto di chiedere ai visitatori la cortesia di non soffiarci sopra.

Vai all'articolo pubblicato sul sito
Dicembre 2009



L'opera di Robert Cahen in mostra a Lucca fino al 10 Gennaio 2010
Alla Fondazione Ragghianti l'artista presenta 13 videoinstallazioni, realizzate dagli anni '80 ad oggi

Nell'ambito delle iniziative che Lucca dedica alla figura di Robert Cahen, spicca la mostra allestita alla Fondazione Ragghianti e inaugurata il 23 Ottobre alla presenza dell'artista. Negli stessi giorni, Cahen è stato protagonista anche di un incontro con il pubblico nell'ambito del Lucca Film Festival che proprio alle sue opere in pellicola ha dedicato una rassegna retrospettiva.
A completare il quadro della sua produzione artistica ha provveduto, nei giorni di sabato 24 e domenica 25, una proiezione maratona di 24 opere video scelte dalla sua produzione complessiva.
Robert Cahen, personalmente impegnato nella preparazione della mostra e nell'allestimento delle singole opere, è stato nelle varie occasioni sempre presente e disponibile, mescolandosi al pubblico intervenuto e rispondendo a domande e curiosità.

Autore internazionale e pioniere nella sperimentazione delle apparecchiature elettroniche in campo artistico, Robert Cahen è protagonista a Lucca della più ampia mostra sulla sua opera mai allestita in Europa.
L'esposizione, intitolata Robert Cahen. Passaggi. Video-installazioni 1979-2008, raccoglie infatti 13 opere che ripercorrono l'attività dell'artista concentrandosi sulla produzione degli anni '90 e 2000. Analizzandole in ordine cronologico, le prime opere sono quelle che ci parlano proprio del periodo in cui Cahen svolgeva le sue ricerche presso la televisione pubblica francese, sperimentando strumenti di sintesi elettronica e nuove forme di elaborazione delle immagini.
Degli anni '90 ci viene presentata innanzitutto Sept visions, scomposizione di un video presentato in passato anche come opera unica. I sette brani, immagini di città, mercati e natura raccolte dall'autore in Cina, sono trasmessi da monitor tv posti in fondo a delle lunghe casse di legno sospese al soffitto ad altezze diverse.
Sul loro fronte, un'apertura permette ad uno spettatore alla volta di vedere le immagini, mentre gli altri cercano di sbirciare dietro le sue spalle.
Nella stessa sala, la più grande della mostra, c'è un'altra opera intitolata Paysages/Passage, forse la più bella (nel senso di “esteticamente attraente”) dell'esposizione. L'installazione ci attira fin dal momento in cui varchiamo la soglia: i 18 monitor che brillano di verde e azzurro dal fondo della stanza sono una sorta di richiamo, quasi irresistibile.
Avvicinandosi, si è catturati dallo scorrere continuo delle immagini: paesaggi realistici o modificati elettronicamente con strisce di colore alla Van Gogh che come il flusso di una corrente ci inghiottono coinvolgendoci nel loro movimento.
La velocità e la direzione di questo movimento sono variabili tra le immagini, mai più di tre diverse in contemporanea sui vari schermi: scorci visti da un finestrino, rotaie, cielo, boschi. Facendo pochi passi si nota poi un altro aspetto dell'opera: come l'uso di monitor dal rivestimento trasparente, assieme al groviglio di cavi a terra, renda esplicita e sottolinei la natura tecnologica dei mezzi utilizzati.

Passando alle opere degli anni 2000, due dall'impostazione simile riescono a conquistarci, soprattutto per l'uso del colore che in esse fa l'artista.
Si tratta di Traverses e Paisages d'hiver, riprese di paesaggi quasi incontaminati e ostili, distese di acqua e ghiaccio rappresentati con colori saturi e profondi, accostati in maniera contrastante. Tra tutti dominano il bianco e il blu, quest'ultimo declinato in una gamma di sfumature a partire dalla stessa particolare tonalità, così splendida e magnetica da ricordare fortemente sia il blu di Yves Klein che quello delle stampe silografiche di Hiroshige. Un colore che ci cattura, inducendo una sorta di attitudine alla contemplazione, una voglia di restare a guardarle senza staccarsi.
In questi video, rispetto al paesaggio naturale, l'uomo e i suoi interventi sembrano dei perfetti estranei, anche in termini di colori: il giallo delle tute di chi cerca di muoversi tra la neve, il rosso di una nave o di una casa, sono elementi solitari i cui toni squillanti e saturi creano il massimo contrasto con il blu e il bianco.

Procedendo ancora nell'esposizione incontriamo Sanaa, Passages en noir.
Iniziando come una scena quasi realistica, il video ci presenta lo scorcio di una strada di una città esotica, tagliato diagonalmente dal sole che si infila tra le costruzioni.
La musica è potente e melodrammatica e accompagna una prima donna di spalle, completamente vestita di nero, nel suo tragitto lungo il vicolo.
L'immagine si ripete, quasi identica: una serie di figure uguali, nere sagome di donne senza volto né identità continuano, solo con piccole differenze, a percorrere gli stessi passi e man mano diventano ombre che scivolano nell'oscurità.
Un leggero brivido inquietante si insinua in noi e ci porta a domandarci dove stiano andando queste sagome ma soprattutto se siano veri individui o soltanto fantasmi, finché nel finale del video la luce nella strada aumenta e tutto sembra riacquistare la consistenza della realtà.

Chiudiamo con un'opera che ci ha detto poco o nulla alla prima visione per poi rivelarsi maggiormente ad un più attento incontro successivo: Françoise en mémoire.
L'inquadratura è fissa e riprende in primo piano il volto di una donna anziana, proiettandolo su un telo di media dimensione, col risultato di ingigantirlo.
Al centro del viso segnato dall'età si muovono due occhi intelligenti che guardano appena alla nostra destra e sembrano reagire a qualcosa che forse accade lì accanto ma non coinvolge direttamente la donna.
Ogni tanto la sua bocca si increspa in un lieve sorriso, forse a causa di un brano colto all'interno dell'ipotetica conversazione che sta seguendo ma, come se non riuscisse a partecipare del tutto o a sentire tutto ciò che viene detto, a volte il suo sguardo si volge nell'altra direzione, orientandosi leggermente verso l'alto, suggerendo la rievocazione di un ricordo.
Nel frattempo, la nostra attenzione è distratta dalla proiezione di alcune parole sul pavimento che si muovono e svaniscono lasciandosi a malapena indovinare: sono brandelli di ciò che la donna sta ascoltando? O sono associazioni risvegliate nella sua memoria?
Ad un certo punto, lo sguardo torna nella direzione di partenza, così vicino alla nostra posizione di spettatori che un dubbio ci colpisce: sta guardando noi?
E sta forse sorridendo perché i pensieri che ascolta sono i nostri?

Vai all'articolo pubblicato sul sito
Novembre 2009



Dall'AGPC, una lezione di marketing nell'era dei Social Media rivolta alle giovani produzioni
Iniziative e strumenti per promuovere il proprio lavoro grazie al Web 2.0

Il Festival Internazionale del Film di Roma non è soltanto passerelle e proiezioni per pubblico e critica ma anche mercato del cinema e incontri per addetti ai lavori.
Uno di questi, organizzato dall'Associazione Giovani Produttori Cinematografici, ha riguardato in particolare l'uso dei Social Media nel marketing per il cinema.
Questa associazione si occupa infatti tra le altre cose, anche di formare e tenere aggiornate le giovani produzioni, in modo che esse dispongano di tutti gli strumenti per promuovere il loro lavoro.
Ecco dunque un seminario su quei canali che oggigiorno si stanno rivelando particolarmente utili ai fini del marketing.

Sono infatti già moltissime le aziende di tutti i settori che utilizzano Social Media come Twitter, Facebook o altri per promuovere i loro prodotti e mantenere stretti contatti coi loro clienti. Il mondo del cinema internazionale non è rimasto estraneo al fenomeno: sono tanti i profili di studios di Hollywood che promuovono i film in uscita, ma anche registi, attori e vari addetti ai lavori che dialogano con gli utenti. E da noi? Il quadro della situazione presentato dal relatore Maurizio Galluzzo ci dice innanzitutto che il numero di utenti dei Social Media è in crescita, stimato ad almeno 9 milioni di italiani e che di pari passo anche la pubblicità si sta spostando da stampa e tv verso questi nuovi mezzi.
Il web sarà dunque sempre più sommerso da status update (informazioni su cosa stiamo facendo) e la caratteristica più importante di cui tenere conto sarà il desiderio di questi utenti di “fare rete” ed esprimere la propria opinione.
Un altro dato importante da considerare è inoltre l'aumento del volume di ricerche fatte proprio all'interno di questi network piuttosto che su motori di ricerca come Google, un effetto della loro tendenza a proporsi sempre più come delle reti all'interno della rete.

Assodato che si tratta di strumenti di comunicazione con un ruolo dominante nel presente e nel prossimo futuro, la domanda è: come utilizzarli al meglio per promuovere il proprio lavoro? Esistono molti tipi di marketing e per la maggior parte si tratta di sistemi dei quali non è possibile misurare la reale efficacia.
Il rischio è quindi di lanciarsi nell'impresa della promozione attraverso i Social Media senza sapere davvero come portarla avanti e senza sapere mai quali risultati siano stati effettivamente raggiunti. Non serve, ad esempio, creare un account per poi lasciarlo inattivo e senza aggiornamenti, oppure avere un profilo su Twitter se poi non si danno risposte circostanziate e tempestive alle domande di clienti e utenti; non serve insomma applicare il modello pubblicitario classico pensando di avere a che fare con degli spettatori passivi, per i quali è sufficiente elaborare un messaggio che seduca e convinca.
Per questi strumenti c'è bisogno di un modello di coinvolgimento, che per esempio chieda agli utenti di collaborare ai progetti mentre sono in corso d'opera piuttosto che di entrare a far parte del fans club di un film già pronto ad andare in sala.
La proposta è allora lo Smart Marketing, un sistema che utilizza il meglio dei vari tipi di marketing in maniera intelligente, adattandosi di volta in volta alle situazione e restituendo una misura precisa dell'efficacia ottenuta.

Su questa linea, sono tre le iniziative dell'Associazione per aiutare i giovani produttori a prendere confidenza con questo nuovo mondo di strumenti.
Primo fra tutti è proprio un corso di Smart Marketing rivolto ad amministratori, direttori commerciali, tecnici e direttori marketing.
C'è poi WebCode, un sistema per legare ogni oggetto presente sul web ad un codice, affinché sia più facile poterlo comunicare al pubblico e farlo salire nei motori di ricerca, senza avere a che fare con lunghi e complicati indirizzi web.
In ultimo c'è il progetto Moovie, un mercato europeo online ad accesso gratuito che permetterà di presentare i propri progetti cinematografici in cerca di finanziamenti, attivo da Gennaio 2010.

Vai all'articolo pubblicato sul sito
Novembre 2009



Al MACRO FUTURE fino al 1° Novembre, New York Minute
In mostra le opere site specific di 60 artisti americani

Curata dalla giovane critica americana Kathy Grayson, la mostra New York Minute è stata inaugurata il 19 Settembre negli spazi del MACRO FUTURE e sarà visitabile fino al 1° Novembre. Le opere esposte sono state realizzate da 60 artisti americani che operano in prevalenza a New York.
Arrivati in Italia alla metà di Agosto, a loro è stato chiesto di date vita a dei lavori appositamente pensati per gli spazi dell'ex-mattatoio in cui ha sede il MACRO FUTURE, lavorando assieme a studenti e collaboratori italiani. È nata così New York Minute che sembra soltanto il primo passo di un progetto pensato in grande per coinvolgere quanti più possibili giovani talenti del mondo della produzione e dello studio dell'arte, attraverso stage e laboratori, occasioni per “Far incontrare mondi”, come piace dire a Luca Massimo Barbero (direttore del MACRO FUTURE). L'ambizione dietro la scelta di lavorare a livello internazionale è grande e non viene tenuta nascosta: New York è stata scelta nella speranza di riannodare quel rapporto creativo tra l'Italia e l'arte d'oltreoceano che fu così fecondo negli anni '60 e '70.
La mostra è la prima organizzata dalla Fondazione Depart, un organismo che si occupa di promozione dell'arte contemporanea. Assieme a questo ente privato, nel ruolo di sostenitori del progetto compaiono anche enti pubblici come il Comune di Roma, la Sovrintendenza ai Beni Culturali e la Provincia.

All'ingresso del primo padiglione della mostra numerosi dischi roteanti con fantasie optical sono pronti ad accoglierci e ad introdurci alla visita del primo padiglione con un filo di vertigine. Dentro si mescola un po' di tutto: quadri, installazioni, sculture, video, disegni, fotografie.. Il colpo d'occhio su entrambi gli spazi espositivi coglie un panorama molto vario, debordante di forme, colori e materiali più diversi, installati a vari livelli, che chiedono allo spettatore di esplorare lo spazio in tutte le sue dimensioni.
Alcune opere si mostrano più site specific di altre, sfruttando ad esempio le strutture metalliche e i grossi ganci, che un tempo dovevano sostenere quarti di bue, per tendere degli enormi elastici, leggermente viscidi, fino al pavimento.
I filoni di lavoro che risultano più evidenti sono la ripresa dell'approccio concettuale, in certi casi del disegno e in parte della figurazione e poi un uso massiccio dell'iconografia popolare sotto forma di loghi, figure, colori sgargianti.
Non mancano poi le fantasie optical, un pizzico di gusto per l'orrido e l'uso di oggetti trovati. Le opere più interessanti sembrano quelle concettuali, in particolare alcune che riflettono sui mezzi digitali. Primo fra queste è un grande quadro riempito da una sfumatura tratta dal programma Photoshop: il suo titolo non riporta altro che le istruzioni per poterla riprodurre, visto che si tratta in fondo soltanto di un algoritmo digitale.
In fondo al secondo padiglione si trovano poi due video: uno esplora l'estetica pixel del videogame mentre l'altro manipola l'immagine digitale di una sequenza di Rambo sciogliendola completamente fino a renderla un cangiante ammasso di pixel.
Il carattere ex-industriale dello spazio si fa sentire e si ha davvero la sensazione di camminare in una specie di cantiere, di fucina in cui c'è di tutto, suscitando anche una vaga reminiscenza degli spazi veneziani dell'Arsenale dove, ad ogni passo, non sai mai cosa potrai trovarti davanti.

Settembre 2009



Il respiro del mondo di Emilio Leofreddi
Cronaca di un'inaugurazione

Il respiro del mondo è un'esposizione artistica ad ingresso gratuito allestita al Complesso del Vittoriano e aperta dal 9 al 20 settembre 2009. L'artista italiano Emilio Leofreddi, classe 1958, vive e lavora a Roma; in questa mostra presenta alcuni prodotti di una ricerca cominciata qualche anno fa e che lo ha portato per sei mesi in India.

Aspettando di entrare in un primo momento ci sembra di essere un po' fuori posto tra coppie quasi eleganti e distinte signore con accessori etnici molto chic.
Basta poco però per accorgersi che sulla scala per l'ingresso si mescolano stili di tutti i generi, dal serio-accademico al casual all'alternativo, fino allo stile da red carpet hollywoodiano che distingue senza ombra di dubbio gli organizzatori dell'evento.

Entriamo nella sala della mostra e cominciamo ad ammirare le opere: tante tele quadrate tutte uguali, di colore beige, un po' spiegazzate e con degli anelli applicati sul bordo, come quelle che si usano a copertura dei carichi di mezzi di trasporto (scopriremo poi che si tratta di tende da campeggio fabbricate in India).
Sopra queste tele troviamo segni di matita, pittura a colori vivaci, disegni e scritte scarabocchiate a mano ma anche riportate come stencil.
Quasi in tutte è l'immagine della Terra a dominare al centro: ad essa si sovrappone a volte un enorme cuore o una gigantesca chiocciola (@) mentre tutt'intorno si dispongono piccole figure in skateboard o a piedi che definiscono un percorso attorno al globo terrestre.
Il viaggio, soprattutto nella forma del volo è una costante: navi, aerei, strane macchine volanti, piccoli furgoncini con le ali e perfino un vascello appeso ad una mongolfiera il cui pallone è, di nuovo, la Terra.
Su tutto questo campeggiano caratteri tipografici di tipo pubblicitario o che ricordano le scritte stampate sulle casse in viaggio sulle grandi navi mercantili; caratteri occidentali ma anche arabi. In piccolo occhieggiano, a matita, disegnini, appunti e frasi di canzoni famose, principalmente inni alla pace e alla fratellanza nel mondo, come Imagine di John Lennon.

Proseguendo tra un'opera e l'altra ci accorgiamo che l'atmosfera è man mano cambiata, si è fatta più intensa: mentre il grande mappamondo di stoffa sospeso sopra le nostre teste non smette di girare, su una parete della sala è comparsa la proiezione di un filmato che ci conquista col suo ritmo da videoclip combinato ad una musica ipnotica e vagamente orientaleggiante.
Le immagini, come una sorta di micro diario di viaggio molto accelerato, svelano la provenienza dell'iconografia delle opere: schizzi, foto, insegne pubblicitarie, font.... tutti materiali visivi raccolti in un ambiente lontano e diverso dal nostro, quello indiano.
Il sottofondo creato della musica acuisce la sensazione di una leggera eccitazione, come un fremito che serpeggia nell'aria, man mano che andiamo alla scoperta di questo mondo di segni visivi.

Arrivati ad un angolo della sala, alcuni post-it e una penna ci incuriosiscono: sono lì per raccogliere i suggerimenti dei visitatori. Su una parete infatti l'artista ha installato quattro delle sue tele montandole non distese come fossero dei quadri (come ha fatto con tutte le altre) ma riportandole alla loro funzione di tende. Su ognuna di esse è stampata l'immagine di un personaggio rappresentativo di un continente, assieme ad una sua celebre frase.
Se per il Nord America c'è Martin Luther King con il suo I have a dream, l'Africa è rappresentata da Mandela con Non vi è alcuna strada facile per la libertà mentre un aborigeno australiano è stato scelto per l'Oceania grazie al suo Quelli che smettono di sognare sono perduti. Ma tra queste frasi, tutte di grande impatto, forse quella che colpisce di più è un'affermazione di Gandhi, scelto per rappresentare l'Asia: Be the change you want to see in the world. L'aiuto richiesto al pubblico è di suggerire altri due personaggi che possano rappresentare con il loro volto e il loro pensiero i due continenti che mancano all'appello: l'Europa e il Sud America.

Mentre riflettiamo per cercare un nome da suggerire, ci spostiamo al piano superiore per vedere le ultime opere, stavolta prevalentemente in bianco e nero ma sempre con l'immagine della Terra al centro con in evidenza la polarità delle due parti di cui è composta. Per ultimo, notiamo una tela in cui un enorme sole sovrapposto alla Terra è circondato dall'indicazione delle fasi di inspirazione ed espirazione: rappresenta il rito del saluto al sole (Surya namaskar) e, contemporaneamente, allude anche al respiro del mondo suggerito dal titolo.

Mentre la sala si riempe, raggiungendo il massimo della sua capienza, quel leggero fremito vitale diventa un banale cicaleccio che copre la musica e mette fine al momento magico sperimentato solo pochi minuti prima.
Consumate ormai le opere, così come il cocktail, non ci resta che avviarci verso l'uscita, cercando di portare con noi l'emozione appena vissuta.


Vai all'articolo pubblicato sul sito
Settembre 2009



Hiroshige – Il maestro della natura
Atmosfere delicate e colori profondi in 200 stampe giapponesi al Museo Fondazione Roma

Aperta fino al 7 giugno, la mostra Hiroshige – Il maestro della natura presenta 200 opere dell'artista giapponese Utagawa Hiroshige, vissuto nella prima metà del 1800.
In questo caso, molto probabilmente, non è la fama di un grande nome ad attirare lo spettatore al Museo Fondazione Roma ma sono gli stessi colori e la raffinatezza delle immagini usate per promuovere l'evento che ci invitano ad entrare.

All'ingresso della mostra ci accoglie un ponte di legno, dal quale ammiriamo piccoli angoli di giardini orientali, pareti di carta di riso che celano sagome di figure umane in abiti tradizionali. Rumore d'acqua e suoni della natura ci introducono alle opere della prima sezione, dedicata per l'appunto alle immagini di piante, fiori e animali e creano nell'ambiente un un'atmosfera rarefatta, sospesa nel tempo.
Fin da subito delle immagini esposte ci colpisce come l'artista padroneggi i principi della composizione, come sia capace di creare equilibri perfetti tra le forme in formati inusuali, alti e stretti. Spesso le opere presentano una relazione tra gli elementi in primo piano e lo sfondo retrostante e tutte le stampe sono caratterizzate da una fusione perfetta di immagini e parole, nella forma di ideogrammi.

Dopo gli elementi della vita naturale, la mostra ci presenta vedute e scene di vita contemporanea, alcune delle quali, soprattutto quelle affollate di personaggi, perdono quell'equilibrio delicatissimo raggiunto dall'artista soprattutto quando mantiene molto stretta la sua gamma di toni.
Ecco probabilmente spiegato perché sono le immagini con la neve quelle rimaste più famose di Hiroshige, perché proprio in queste stampe dominate dal bianco, gli altri tre o quattro toni, tra cui predomina un blu profondissimo, sono meravigliosamente accordati e creano un risultato di grande raffinatezza.

Assieme ai soggetti, possiamo ammirare anche l'aspetto più concreto e materiale delle stampe, le imperfezioni della carta e il leggero incavo creato dalla pressione della matrice di legno sul foglio, finché arriviamo ad una piccola sala in cui è possibile vedere da vicino gli strumenti della tecnica silografica e, attraverso un video e alcune stampe esposte, capire attraverso quali fasi si arriva a questi straordinari risultati.
Scopriamo allora di essere di fronte ad una tecnica tutt'altro che meccanica, come il termine stampa potrebbe suggerire, frutto invece di un lavoro di collaborazione tra più figure (artista, incisore, stampatore ed editore) e legato a molte variabili che dipendono dall'abilità manuale di chi esegue le varie fasi.
Le immagini del video svelano la finezza e la precisione necessarie nell'incisione sulla tavola di legno di ciliegio per ottenere quei segni talvolta così minimi e quasi sempre perfetti, ammirati fino ad un momento prima. Si viene colpiti poi da quanti passaggi sono necessari nella stampa, visto che ne è richiesto uno con una diversa matrice per ogni colore e anche dall'abilità dello stampatore nell'esercitare una pressione variabile a seconda della sfumatura che si vuole ottenere.

Altri dettagli dell'allestimento rendono il percorso nella mostra una continua scoperta, come ad esempio i timbri da apporre sul proprio diario di viaggio e lo spazio in cui è possibile cimentarsi nella scrittura di ideogrammi su piccole lavagnette in cui i segni vanno tracciati con le dita intinte nell'acqua.
Tutti gli elementi dell'esposizione sono curati al fine di immergere il visitatore in un'atmosfera dolce, rarefatta, in un contesto il più possibile in sintonia con le opere che presenta. Indubbiamente, questo obbiettivo viene raggiunto molto bene: la mostra merita che gli si dedichi una visita di almeno due ore, preferendo giorni e orari di minore affluenza per poterne godere al meglio.
Peccato che, come già accaduto per l'esposizione precedente nella stessa sede, sembra che gli organizzatori diano più importanza all'aspetto scenografico che a quello funzionale anche nell'uso della luce.
Il risultato è un'illuminazione perfettamente in linea con l'atmosfera che si vuole creare ma che non soddisfa appieno le necessità di una visione ottimale delle opere e in questo caso il difetto diventa palese riguardo alle stampe più grandi, illuminate solo per metà.


Vai all'articolo pubblicato sul sito
Aprile 2009



Al MAXXI consegnato il premio alla carriera a Maurizio Cattelan
Al posto dell'artista si presenta Elio

Alcuni amano il suo lavoro mentre altri pensano che lui sia solo una persona molto furba; di certo, è un artista che sa come far parlare di sé.
Definito il più famoso artista italiano nel mondo, Maurizio Cattelan è uno dei nomi più quotati nel mercato dell'arte contemporanea, grazie alle sue opere ironiche e irriverenti che non risparmiano nessuno.
Proprio a Cattelan la Giuria della 15ª Quadriennale di Roma ha assegnato, lo scorso settembre, il premio alla carriera. Per questa ragione il MAXXI ha organizzato, in data 24 marzo 2009, una giornata di studi sull'artista come occasione di confronto tra Cattelan e un pubblico di appassionati, sperando soprattutto nella presenza si molti studenti dalle università della capitale.

Un gran numero di ragazzi è in effetti presente nella grande sala fredda del MAXXI ancora in via di costruzione. Dietro le vetrate, alle spalle delle personalità intervenute all'evento, gli operai si muovono e i lavori proseguono come se niente fosse.
Con un po' di ritardo, si inizia con i discorsi di rito che, attraverso le parole del presidente della Quadriennale, Gino Agnese, motivano la scelta di questo premio ad un artista, classe 1960, che ha davanti ancora diversi anni per proseguire la sua carriera.
Il premio è concepito più come una sorta di incoraggiamento a continuare nella straordinaria corsa (questo il significato di “carriera”) che ha portato l'artista alla fama di cui gode oggi. Cattelan viene descritto da Agnese come un artista discusso, spesso ricollegato alla figura di Duchamp e alle pratiche irriverenti delle Avanguardie; ciononostante è inserito nel sistema del mercato dell'arte e collabora con le istituzioni artistiche, pur prendendole in giro molto spesso.
Mentre questo discorso procede, un'attesa impaziente serpeggia nella sala e si percepisce chiaramente il fatto che c'è qualcosa di diverso da un classico evento di questo genere.
Tutti stanno aspettando che succeda qualcosa, ascoltano distrattamente mentre si voltano per tenere d'occhio la porta.
Del resto chiunque conosca Cattelan è portato ad aspettarsi qualcosa di sorprendente, in parte annunciato già dalla formula utilizzata nel comunicato stampa dell'evento: “L’artista ha annunciato la sua presenza, mantenendo, come di consueto, il massimo riserbo sulle modalità del suo intervento”.
Insomma, cosa si sarà inventato questa volta? è la domanda che tutti si pongono. In altre occasioni in cui gli sono stati assegnati dei riconoscimenti, infatti, l'artista ha escogitato formule elusive, mandato messaggi, provocazioni.
Non è da lui presentarsi normalmente, ritirare il premio e rispondere alle domande, anche se secondo qualcuno proprio questa continua negazione di sé, da provocazione è ormai diventato un cliché.

Ad un certo punto, qualcosa accade: viene annunciato l'arrivo dell'artista ma dal fondo della sala si avvicina Elio di Elio e le Storie Tese che si presenta come Maurizio Cattelan.
Sorride, si siede al posto d'onore, accetta la medaglia e legge una piccola dichiarazione scritta. Poi, risponde alle domande con naturalezza, esprimendo il pensiero di Elio ma restando contemporaneamente per tutto il tempo nell'identità di Maurizio Cattelan. Nemmeno alla domanda dal pubblico che chiede quanto gli organizzatori sapessero di questo diversivo e come il premio sarebbe poi materialmente arrivato al vero Maurizio Cattelan, le carte vengono scoperte.
Nelle risposte Elio rimane comunque se stesso e nel corso della discussione i concetti di arte contemporanea e musica finiscono per sovrapporsi, diventando l'oggetto di uno spunto di riflessione su quale dev'essere il ruolo della cultura.
Elio, che mentre diverte la platea risponde anche piuttosto a tono alle domande, parla di un'idea sociale della cultura che deve cercare secondo lui di aprirsi al pubblico.
Come accade con il suo lavoro, che cerca di far conoscere ad un più vasto auditorio la musica contemporanea apprezzata finora da pochi intenditori, così l'arte deve riconciliarsi con il gradimento del pubblico se vuole incidere sulla realtà.
Senza diventare schiavi delle mode o di una logica commerciale in cui contano soltanto i numeri, per Elio/Cattelan è importante aprire ad un più vasto pubblico quelle forme spesso di élite, che sembrano compiacersi del loro essere per pochi.
Con una coerenza ammirevole, il gioco di interpretazione del ruolo di Cattelan viene mantenuto da Elio fino alla fine dell'evento, nelle interviste della stampa all'uscita dal MAXXI e perfino nella firma degli autografi di rito per il pubblico.


Vai all'articolo pubblicato sul sito
Marzo 2009



Bill Viola ci mostra le sue Visioni interiori
Al Palazzo delle Esposizioni fino al 6 gennaio

Al Palazzo delle Esposizioni di Roma, dal 21 ottobre al 6 gennaio 2009, la mostra Visioni interiori presenta 16 opere di Bill Viola.
Si tratta di video e installazioni video realizzate tra il 1995 e il 2007, allestite per l'occasione da Kira Perov, moglie dell'artista.

Ti affacci in una sala buia.
Di fronte a te un'immagine enorme: un uomo cammina al rallentatore e la sua figura emerge lentamente da uno sfondo buio, arriva in primo piano e si ferma. Una piccola fiammella si accende ai suoi piedi, cresce fino a diventare un'enorme fuoco che lo avvolge e in cui la figura si dissolve.
Questa è la prima immagine che accoglie lo spettatore; gli occhi si abituano pian piano all'oscurità finché si riescono a distinguere i bordi del gigantesco schermo della prima sala. Sul retro, la stessa figura è ugualmente annientata, stavolta da una cascata d'acqua dalla potenza straordinaria.
E questo è soltanto l'inizio.

Il percorso della mostra Visioni interiori si compone di due parti: una prima serie di installazioni video quasi tutte di grandi dimensioni disposte attraverso un percorso di stanze buie e una seconda parte, in cui trovano posto anche schermi di dimensioni più ridotte, lungo un corridoio illuminato.
Saltano subito all'occhio in maniera evidente alcune caratteristiche e temi ricorrenti: la presenza dell'acqua, i riferimenti all'iconografia pittorica, la dualità uomo/donna, le figure sofferenti, la cura nella scelta dei colori e degli sfondi, il ricorso al ralenti e delle immagini così incise e nette da risultare stilisticamente fredde, nonostante la forte componente emotiva delle opere.
Alcune di queste scelte le spiega l'autore stesso, prima fra tutte la dilatazione del tempo dell'azione che, in misura variabile, domina tutte le opere della mostra.
Lo scopo delle riprese realizzate a 300 fotogrammi al secondo non è soltanto un piacevole effetto estetico ma un vero e proprio ampliamento delle possibilità percettive dello spettatore. Questi video, infatti, ci permettono di vedere cose altrimenti mai viste e proprio l'approfondimento delle varie dimensioni della realtà attraverso la percezione è lo scopo delle opere di Bill Viola.
Le sue installazioni video vogliono stimolarci a compiere un viaggio all'interno di noi stessi, a conoscerci e in effetti il potere di suggestione di queste immagini opera a livello profondo: non si tratta tanto di decifrare dei significati, di capire, quanto di percepire.
Il tempo delle opere, dilatato dalle riprese a rallentatore, crea una sorta di spazio interiore nel quale lo spettatore in qualche modo si ripiega, spinto ad ascoltare più se stesso che i suoni dei video, spesso assenti.
La fruizione di queste opere è qualcosa che si avvicina più ad un'esperienza che ad una visione tradizionale.
Alcuni video sono talmente lunghi (130 minuti il più lungo) che le modificazioni dell'immagine sono quasi impercettibili e viene da chiedersi quale tipo di fruizione abbia immaginato l'artista per questo tipo di opere, se davvero avesse in mente una visione ininterrotta e statica o forse piuttosto una frammentata, episodica.
In ogni caso, secondo Bill Viola, l'arte deve fare appello alla componente emotiva dello spettatore: ecco dunque la scelta, spesso attuata anche in esposizioni precedenti, di non usare didascalie o pannelli esplicativi perché spingono il fruitore ad interagire con l'opera più su un piano intellettuale che emotivo.

Oltre a inaugurare la mostra e ad incontrare la stampa, Bill Viola si è prestato in questi giorni anche ad una serie di incontri con studenti universitari ed è così che il valore umano si aggiunge ai meriti artistici.
L'incontro con Bill Viola permette infatti di scoprire una persona dalla disponibilità straordinaria che invece di celebrare se stesso di fronte al giovane pubblico, racconta di sé e della sua carriera solo ciò che può essere utile a degli studenti che forse sognano di entrare un giorno nel mondo dell'arte.
Ecco allora che ci parla della sua idea di arte: un elemento necessario al mondo, soprattutto a quello corrotto di oggi, che senza arte si troverebbe privato di spirito e umanità.
Poi il racconto della sua formazione: gli studi universitari nei quali non si sente a suo agio e l'incontro con un maestro che gli cambia la vita e lo inserisce in un ambiente in cui la prima regola è che non ci sono regole. Seguono le collaborazioni con artisti italiani negli anni '70, grazie alle sue competenze tecniche, soprattutto nel nascente settore dell'elettronica e un'esperienza di sei anni proprio nel campo della musica elettronica durante i quali impara a padroneggiare il linguaggio del video.
Riguardo al tema della tecnologia, presente in maniera così determinante nella sua opera, l'artista sottolinea come essa non sia altro che un mezzo, uno strumento per raggiungere uno scopo; la tecnica non è quindi secondo lui qualcosa da esibire di per sé.
Bill Viola parla poi con affetto del rapporto con la moglie, fotografa, con cui ha stretto un sodalizio artistico oltre che umano.
Racconta anche di un'esperienza che è stata fonte di grande ispirazione per lui: il periodo trascorso in Giappone, la conoscenza del Buddhismo e gli insegnamenti di un maestro zen. Infine una raccomandazione per i probabili artisti di domani: il processo artistico deve essere una continua ricerca, un tentativo di conoscere se stessi e non smettere di porsi domande a cui non si riuscirà mai a rispondere in maniera esauriente.

Una nota curiosa, al termine dell'intensa giornata: assalito da richieste di autografi, Bill Viola risponde con la premura di accompagnare alla sua firma un piccolo schizzo ironico a pennarello, diverso per ognuno di noi.


Vai all'articolo pubblicato sul sito
Ottobre 2008



Roma festeggia Bruno Munari
Una mostra antologica al Museo dell'Ara Pacis e altre iniziative permettono uno sguardo ravvicinato all'opera del poliedrico artista e designer

È stata inaugurata il 9 ottobre e sarà possibile visitarla fino al 22 febbraio 2009.
La mostra Bruno Munari allestita al Museo dell'Ara Pacis è la punta di diamante di una trilogia di mostre ed altre iniziative che celebrano l'artista nella capitale, riunite sotto la sigla Roma festeggia Bruno Munari. L'occasione è il centenario della sua nascita, celebrato lo scorso anno a Milano con una mostra antologica a cura di Beppe Finessi e Marco Meneguzzo che viene ora riproposta all'Ara Pacis con qualche modifica.
Le altre due esposizioni romane che riguardano l'artista sono: una Mostra Gioco per bambini da 2 a 6 anni allestita ad Explora (dal 27 settembre al 22 febbraio 2009) e una Mostra-Installazione per bambini da 3 a 10 anni alla Casina di Raffaello di Villa Borghese (dal 3 ottobre all'11 gennaio 2009).
Se può sembrare strano sentir parlare di mostre d'arte per fasce d'età così precoci, tutto diventa più chiaro avvicinandosi all'opera di Bruno Munari.

Artista, designer, grafico....la lista potrebbe continuare forse senza riuscire ad abbracciare per intero il panorama delle attività di cui Munari si è occupato nel corso della sua lunga vita/carriera.
La figura che questa mostra ci presenta, infatti, è poliedrica e il suo lavoro, ancora molto attuale, attraversa quasi interamente il XX secolo.
L'esposizione parte appunto da un'introduzione biografica che permette di ripercorrere le molte esperienze professionali di Munari: la frequentazione del gruppo futurista negli anni '30 con cui partecipa a importanti esposizioni tra cui la Biennale di Venezia, il lavoro di grafico, le sculture, i libri per l'infanzia, gli oggetti di industrial design, la sperimentazione con il cinema, i giochi didattici e i laboratori per bambini, fino alla scomparsa avvenuta nel 1998 all'età di 91 anni.
Nel corso della sua carriera Munari ha collaborato con importanti aziende e case editrici: Olivetti, La Rinascente, Pirelli, Campari ma anche Bompiani, Rizzoli, Zanichelli.
Il percorso della mostra, organizzato in cinque sezioni, ci conduce a scoprire molte di queste collaborazioni, assieme a opere d'arte in senso tradizionale che testimoniano la personale ricerca artistica portata avanti da Munari.

Tra le più interessanti, la sezione Metodo come metodo ci introduce alla fondamentale riflessione di Munari sul metodo progettuale che l'autore descrisse con grande efficacia, soprattutto nel suo libro del 1981, Da cosa nasce cosa.
Affrontare un problema scomponendolo in sotto-problemi secondo un processo che, attraverso fasi successive, porta alla soluzione.
Questo metodo che può essere applicato a molteplici attività dell'uomo, permette a Munari di creare oggetti funzionali che sfruttano le caratteristiche dei materiali impiegati.
Si tratta di progetti che rispondono a criteri di funzionalità ed economia produttiva, oggetti in cui non c'è nulla più del necessario, obbiettivo che richiede la capacità progettuale perché, anche se può sembrare strano, “Complicare è facile, semplificare è difficile”.

Procedendo nella mostra, la sezione Superare il limite presenta poi un altro tema di riflessione forte dell'opera di Munari, cioè il tema del libro.
Munari lavora infatti come grafico, firma l'immagine coordinata di importanti collane, progetta libri per bambini in cui sperimenta un'illustrazione che sfrutta il potere della carta e dei colori, suggerendo ad esempio un'ambientazione notturna con pagine di cartoncino nero o una città immersa nella nebbia con l'uso di una carta semitrasparente.
La sua ricerca però va oltre e, chiedendosi cosa fa di un libro un libro, Munari arriva a progettare i Libri Illeggibili e i Pre-libri.
Si tratta di libri in cui non ci sono parole da leggere ma colori da guardare, materiali da toccare, fili da seguire per costruire delle storie sulla base di questi elementi tattili e visivi. Un tipo di libro che, proposto a bambini di età molto precoce, permette di familiarizzare con questo oggetto perché invita ad essere toccato, esplorato, creando un'esperienza del libro come qualcosa da scoprire.

Proprio ai bambini Munari dedica una particolare attenzione tenendo, a partire dal 1977 alla Pinacoteca di Brera, dei laboratori di educazione al pensiero progettuale creativo di cui la mostra presenta una documentazione video in cui l'autore stesso illustra l'approccio adottato. In occasione della mostra, l'Ara Pacis ospita alcuni laboratori progettati dall'Associazione Bruno Munari che si è occupata nel tempo di continuare a diffondere il metodo messo a punto dall'artista, basato sulla sperimentazione e sul principio “Non dire cosa fare ma come”.

Forse è l'ultima sezione, intitolata Scoprire il mondo, quella che ci indica la cifra fondamentale che caratterizza Bruno Munari, l'idea più forte che la mostra trasmette, cioè la sua inesauribile curiosità.
Il suo infatti è un atteggiamento di costante ricerca e sperimentazione che continuamente cerca nuove strade guardando le cose da differenti punti di vista.
Quello che lo contraddistingue è proprio la capacità di continuare a guardare il mondo con occhi stupiti e curiosi, come quelli di un bambino.

Tra le iniziative collaterali che riguardano Munari segnaliamo: il negozio COSECASA (via Ruggero Giovannelli 5) ospiterà dal 27 ottobre al 29 novembre un'esposizione di oggetti realizzati dall'artista, mentre in alcune librerie Arion (Via Veneto, Viale Eritrea e piazza Cavour) particolare rilievo verrà data all'opera di Munari con un'ampia disponibilità dei suoi libri, per ragazzi e non.
Ultima curiosità: l'audioguida della mostra ci permette di essere accompagnati nella visita dalla voce dell'autore stesso; è stata infatti realizzata montando brani provenienti dagli archivi della RadioTelevisione della Svizzera Italiana in modo da seguire, con aneddoti e ricordi, il percorso dell'esposizione.


Vai all'articolo pubblicato sul sito
Ottobre 2008



Cézanne in Provenza
STAGIONE DI EVENTI PER IL CENTENARIO DEL PITTORE

A cento anni dalla morte di Paul Cézanne la città francese di Aix en Provence, definita capitale della Provenza, ha organizzato un intero anno di eventi per celebrare il suo cittadino più illustre. Il punto centrale del programma che comprende concerti, visite guidate, conferenze e molto altro, è sicuramente la mostra “Cézanne in Provenza” che riunisce fino al 17 settembre 116 opere, altrimenti sparse in tutto il mondo, al museo Granet, riaperto per l’occasione dopo cinque anni di lavori. Qui si possono ammirare sia i capolavori del pittore, come “Le Grandi Bagnanti” e varie versioni de “La montagna Sainte-Victoire” ma anche molti acquarelli e studi preparatori a matita di grande interesse. Tra le curiosità, la tavolozza usata da Cézanne, che compare anche in un suo autoritratto e, alla fine del percorso, delle installazioni con schermi e proiezioni video sul pavimento che spiegano la poetica del pittore e illustrano anche le numerose influenze della sua opera sulle successive avanguardie storiche. La sua pittura infatti anticipa numerose tendenze successive, tra cui soprattutto il cubismo, perché sintetizza il soggetto reale che ritrae riducendolo alle caratteristiche base di volume e colore. Sarà proprio dalla visita della grande retrospettiva delle opere di Cézanne, organizzata nel 1907, ad un anno dalla sua morte, che verrà l’ispirazione per i primi dipinti cubisti di Picasso e Braque. In occasione del centenario sono stati inoltre organizzati una serie di itinerari da seguire per andare alla scoperta dei luoghi del pittore, alcuni aperti al pubblico per la prima volta: il suo atelier, le case in cui ha abitato, i luoghi che ha ritratto e i punti da cui ha immortalato la montagna Sante-Victoire.
(pubblicato su "L'Eco" nel numero di ottobre 2006)



51° Esposizione Internazionale d’Arte a Venezia
NEL PAESE DELLE MERAVIGLIE

La cosa più normale dopo una visita ad un’esposizione d’arte sarebbe dare un parere generale sul livello delle opere ed approfondire quelle più meritevoli ed è quello che avevo in mente prima della visita alla Biennale di Venezia. Ma, in realtà, anche se ci sono delle opere che mi hanno colpito più di altre, non credo sia questa la cosa più importante da raccontare. Quello che voglio invece descrivere è la sensazione, il genuino piacere che si prova a visitare questa mostra.
Per chi ha avuto, attraverso il percorso di studi, una panoramica dall’arte antica fino a quella dei giorni nostri ed è abituato a visitare un po’ di mostre, la Biennale di Arti Visive è un’esperienza molto diversa dalla solita visita ad un museo. Non si vanno ad ammirare opere antiche, spiegate dagli insegnanti e studiate nei libri, ormai assimilate, universalmente riconosciute ed ammirate come opere di grande pregio, circondate da un’aura che suscita particolare rispetto e ammirazione. Non è questa la sensazione che si ha. Si entra invece in un luogo di ricerca, una sorta di terra di frontiera, si guardano opere di nascita sempre abbastanza recente, che hanno appena cominciato ad emanare l’aura tipica delle opere d’arte. Per me la Biennale e specialmente quella di quest’anno, è stata una passeggiata in un paese delle meraviglie. Letteralmente. In particolare nei locali dell’Arsenale il connubio tra le opere e gli spazi della sede è risultato estremamente efficace. L’atmosfera che si percepisce è affascinante, coinvolgente e le opere, per la maggior parte, non stanno in uno spazio proprio, divise dalle altre, ma dialogano tra di loro oltre che con l’architettura circostante. Ne risulta un’esperienza fantastica, un viaggio in cui ad ogni angolo puoi trovare qualcosa di sorprendente, curioso, incredibile e che ti lascia a bocca aperta; ci si immerge in questo universo lasciandosi riempire di suggestioni. Una festa per gli occhi, ma non solo, perché ovviamente viene anche il momento della riflessione, dell’approfondimento del significato attribuito all’opera dall’artista.
Il potere di un’opera d’arte, però, credo non stia soltanto nella sua capacità di comunicare le intenzioni da cui è nata ma anche di evocare, stimolare emozioni ed associazioni che possono poi portare verso altre regioni mentali. Del resto ognuno di noi interpreta la realtà in modo differente e diverse suggestioni nate dalla stessa opera non possono che arricchire quest’ultima di significati e rendere più attivo il ruolo dello spettatore.
(pubblicato su "L'Eco" nel numero di novembre 2005)