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Freakonomics, esce il film negli USA
Dal best seller di Levitt e Dubner, un film firmato Spurlock, Gibney, Jarecki, Grady, Ewing e Gordon
Sei documentaristi per raccontare un saggio di economia applicata alla vita quotidiana

È uscito di recente nelle sale americane il film tratto dal best seller intitolato Freakonomics, un saggio divulgativo di economia pubblicato nel 2005 che ha venduto più di 4 milioni di copie in tutto il mondo.
Il film arriva nei cinema USA dopo la proiezione in anteprima allo scorso Tribeca Film Festival e l'uscita online su iTunes e su alcune tv via cavo che ha preceduto di ben un mese quella nelle sale.

Recensioni perlopiù tiepide hanno accolto questo progetto indubbiamente interessante. A realizzare il film sono stati infatti alcuni tra i più promettenti documentaristi americani che hanno firmato le varie sezioni della pellicola dividendo gli argomenti trattati nel libro in quattro temi.
L'apertura è affidata al regista di Supersize Me, Morgan Spurlock che si è occupato di una questione estremamente delicata affrontato in Freakonomics: quanto i genitori con le loro scelte riescono ad influenzare, in meglio, la vita dei loro figli? Tra queste, oltre alla scuola in cui mandarli e lo stile di vita al quale abituarli, rientra anche la scelta del nome di battesimo. C'è una relazione tra il nome che portiamo e le vicende della nostra vita?
In un paese multietnico come gli Stati Uniti, sulla scelta del nome per i neonati influisce spesso la volontà di mantenere un legame col gruppo etnico di provenienza.
Questo fa sì che il nome diventi un marchio anche evidente del contesto sociale dal quale si proviene e di conseguenza uno dei fattori attraverso il quale gli altri ci giudicano prima ancora di conoscerci. Morgan Spurlock si occupa nel dettaglio di un paio di casi curiosi e interessanti, citati en passant nel libro, che riguardano proprio la relazione tra un nome fuori dal comune e il destino di chi si è trovato a portarlo.

Alex Gibney ha trattato invece per il film uno dei temi che più affascinano l'economista autore del libro, cioè gli imbroglioni. Si va dagli insegnanti che truccano gli esami dei loro studenti affinché le loro classi rientrino negli standard richiesti, così da poter ottenere promozioni e altri bonus, fino agli incontri di sumo truccati.

Il terzo documentarista chiamato in causa, Eugene Jarecki si occupa di uno dei temi cardine in Freakonomics: il fatto che spesso cadiamo in errore considerando come causa ed effetto due fattori che sono sì correlati ma non in maniera così diretta, mentre ci sfugge come la vera causa del fenomeno sia in realtà qualcosa di meno ovvio e a portata di mano.
Ed è proprio a questo proposito che entra in gioco la tesi più esplosiva tra quelle sostenute in Freakonomics, cioè l'idea che il calo della criminalità registrato negli USA negli anni '90 sia stato determinato solo marginalmente dalle ragioni più vicine e contingenti, addotte dai vari esperti che hanno trattato questo tema, mentre la causa sostanziale sia stata la legalizzazione dell'aborto avvenuta circa 20 anni prima.

Lasciamo le motivazioni di questa tesi al film (o al libro, se vorrete) per accennare all'ultimo tema di Freakonomics, trattato da Rachel Grady e Heidi Ewing: gli incentivi.
Secondo Levitt essi sono alla base di tutti i nostri comportamenti, dunque identificare quali sono gli incentivi, di tipo economico, sociale o morale, che muovono gli individui, può permetterci di capire come essi si comporteranno.
Per riflettere su questo argomento le due documentariste ci propongono un esperimento che non c'è nel libro, quelli di offrire a due ragazzi della prima superiore un incentivo economico come stimolo per migliorare i propri voti scolastici.
A fare da collante tra le diverse voci del film ed introdurre le varie sezioni ha pensato un altro documentarista, Seth Gordon, autore di King of Kong.

Ma insomma, che cos’è davvero e di che cosa parla questo Freakonomics?
Scritto a quattro mani da Steven D. Levitt e Stephen J. Dubner, il libro riassume i risultati delle principali ricerche fatte dal primo, docente di economia all'Università di Chicago, in una versione che il lavoro del secondo, giornalista del New York Times, ha reso scorrevole e adatta al grande pubblico.
Levitt è un economista insolito, anche se non unico nel suo genere, considerato uno dei più promettenti della sua generazione. Come altri studiosi prima di lui, Levitt pensa che sia più interessante applicare gli strumenti di analisi dell'economia a problemi concreti della vita quotidiana piuttosto che a speculazioni teoriche.
Ciò che lo contraddistingue è la capacità di porsi domande originali e all'apparenza strampalate alle quali trova delle risposte sensate basandosi sull'analisi di una gran quantità di dati. È così che Levitt può dimostrare come molti assunti dati per scontati dalla maggioranza di noi siano in realtà luoghi comuni e come gli esseri umani agiscono sempre rispondendo a dei precisi incentivi.

Il pubblico italiano ha per ora avuto a disposizione oltre al trailer solo la clip dei primi 3 minuti del film, nei quali è evidente come il mezzo visivo sia servito ad animare la presentazione dei moltissimi dati chiamati in causa da Levitt.
Per poter giudicare però quanto i registi abbiano aggiunto della loro esperienza di documentaristi e quanto il film riesca ad andare oltre un libro che indubbiamente merita di essere letto, dovremo aspettare che il film arrivi in Italia.

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Ottobre 2010



No impact man
Un film, un libro (ora anche in italiano) e un progetto al quale ognuno di noi può contribuire

È possibile consumare meno rinunciando a ciò che effettivamente nella nostra vita è superfluo? Possiamo soddisfare le nostre necessità senza nel frattempo uccidere la Terra?
Da alcune domande come queste è partita l'idea di un ingegnere elettronico, consulente di organizzazioni no profit, blogger e scrittore che cercando di mettere insieme il materiale per un nuovo libro dal taglio impegnato, nel Novembre 2006 ha deciso di dedicarsi per un anno ad un interessante esperimento: vivere in piena New York azzerando l'impatto ambientale della sua famiglia.
Questo percorso è stato raccontato da Colin Beavan sul suo blog e nel libro pubblicato un anno dopo, uscito da poco in Italia con il titolo Un anno a impatto zero, ma anche attraverso un bel documentario.

No impact man
, ad oggi disponibile in DVD, è stato proiettato nel Gennaio 2009 al Sundance Film Festival, per poi uscire negli USA, mentre in Italia è comparso come evento speciale al recente Festival Cinemambiente di Torino. Il film, girato anch'esso secondo la filosofia di risparmio energetico e rispetto dell'ambiente, ci racconta come Colin, sua moglie e la loro bimba di 2 anni, abbiano gradualmente eliminato dalla loro vita lo shopping, la tv, i prodotti usa e getta, il caffè, l'ascensore, la lavatrice e l'auto fino ad arrivare a staccare l'interruttore generale dell'elettricità nella loro casa.
Colin è partito dalle cose più ovvie ed evidenti, come cercare di produrre meno rifiuti per poi passare, attraverso una serie di fasi, ad eliminare in maniera radicale e profonda, tutte quelle attività umane che si ripercuotono sull'ambiente in termini di emissioni nocive e produzione di scorie. I vantaggi più evidenti e immediati ottenuti dalla famiglia di Colin hanno riguardato la loro salute: gli spostamenti a piedi e in bicicletta e l'alimentazione basata sui prodotti freschi acquistati nel mercato locale direttamente dai produttori hanno migliorato la qualità della loro vita.
Visto nel contesto delle abitudini, alimentari e non solo, dell'americano medio questo aspetto è quanto mai rilevante perché partendo dal fare qualcosa per la natura si finisce per fare del bene a se stessi, anche se di fatto le implicazioni di una vita ad impatto zero sono molto più ampie. La cosa che colpisce poi è come i Beaver siano riusciti ad affrontare questo impegno come famiglia, mettendo in gioco sia le esigenze di chi deve allevare un bambino piccolo sia il loro legame sentimentale che alla fine dell'esperienza hanno scoperto rafforzato.

Il progetto di Colin, raccontato sul suo blog attraverso un pc alimentato ad energia solare, non è passato inosservato: a partire dallo scetticismo e dall'ironia di amici, commentatori del blog ma anche dei media, fino ad arrivare alle critiche di chi lo ha considerato un fanatico, di lui si è parlato molto.
Certo, l'impegno a tempo pieno che Colin Beavan si è preso è di sicuro irrealizzabile per chiunque debba conciliare nella sua vita famiglia e lavoro, ma il suo scopo non è mai stato quello di farsi imitare integralmente. Con il suo tentativo estremo ha voluto dimostrare che consumare meno e soddisfare le proprie necessità in maniera eco-friendly è possibile, sperando che questo stimoli quelli che guarderanno il film o sentiranno parlare del suo progetto a riflettere e magari cambiare anche solo un aspetto della loro vita.

Si tratta senza dubbio di un'idea nata come operazione collaterale alla scrittura di un libro e l'autore non ha mai nascosto che questa fosse una motivazione di base tanto quanto l'intenzione di fare qualcosa di buono per il mondo.
Ciononostante, il suo tentativo ha contagiato in maniera positiva molte persone, portando la sua iniziativa individuale a diventare qualcosa di più grande.
Basta cercare No impact man in rete per capire che oggi non si tratta solo di un qualunque libro o film. A partire dal blog di Colin, ancora è attivo a aggiornato, sono nati una serie di siti collaterali che spiegano la sua idea, promuovono sì il libro e il film ma ci dicono anche che cosa possiamo fare per cercare di ridurre il nostro impatto sul pianeta.
Ecco allora il sito del documentario No impact man e quello del progetto senza scopo di lucro nato per proseguire l'opera di divulgazione. Proprio qui, oltre a raccogliere le testimonianze di chi si impegna ogni giorno a modo suo a diminuire il proprio impatto ambientale, viene proposto anche di provare per una settimana a seguire le orme di Colin, eliminando gradualmente grazie ai consigli di una guida step-by-step, ciò che delle nostre attività fa male all'ambiente.

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Settembre 2010



Agora
di Alejandro Amenábar

I film storici sono spesso interessanti perché ci fanno conoscere epoche diverse dalla nostra mentre nel caso di Agora l'Alessandria d'Egitto del IV secolo d. C. ci fa riflettere proprio per alcune somiglianze con il mondo di oggi.
Protagonista della storia è Ipazia, una filosofa, matematica e astronoma, figlia del direttore della leggendaria biblioteca di Alessandria, che oltre ad insegnare studia gli astri cercando di capire ciò che regola i loro movimenti.
Ma fuori dalla biblioteca, roccaforte della cultura classica e pagana, lo scontro con il cristianesimo in ascesa comincia a macchiarsi di sangue, fino a diventare una lotta per il potere che i funzionari dell'Impero romano faticano a tenere sotto controllo.
Due personaggi maschili principali ruotano attorno ad Ipazia, attratti dal suo fascino: uno dei suoi studenti che la vorrebbe come moglie e uno schiavo che la desidera ma allo stesso tempo vede nel cristianesimo la possibilità di ribellarsi al sistema che lo tiene in schiavitù.
La visione del film suscita subito una prima considerazione: molto di ciò che noi oggi diamo per scontato è frutto di secoli di acquisizioni culturali, è una sorta di buon senso comune legato al nostro tempo che, così come in passato era diverso, potrebbe un domani essere del tutto ribaltato. In molti momenti del film lo spettatore sente l'impulso di esclamare “Come è possibile?”
Come è possibile che gli uomini arrivino ad uccidersi a causa delle loro idee religiose?
Come è possibile usare la religione per discriminare le donne e manipolare le opinioni delle persone? Come si può lasciare che una furia cieca e insensata distrugga secoli di sapere umano? E infine, come è possibile considerare blasfemo chi si interroga sui meccanismi dell'universo?
Basta però riflettere un attimo per capire che alcune di queste cose accadono ancora oggi, per quanto insensate possano apparire ai nostri occhi, proprio perché in alcuni contesti sono accettate e considerate come normali.
Rispetto al tema delle religioni in particolare, per esse l'uomo da sempre ha combattuto e ucciso: si tratta di fedi delle quali non riusciamo a fare a meno nonostante nelle loro versioni più estreme esse portino l'uomo a comportamenti assurdi. In questo senso a farci riflettere sugli eventi del film sono proprio alcune immagini che si ripetono diverse volte nel corso della pellicola: quelle delle stelle e del globo terrestre visto dallo spazio.
Queste inquadrature si riferiscono in primo luogo evidentemente agli studi di Ipazia sul movimento degli astri. Ma proprio le conclusioni di queste ricerche potrebbero portare uno sconvolgente cambiamento di prospettiva.
Scoprire che la Terra non è il centro dell'universo ma soltanto un puntino tra tanti altri oggetti celesti è rivoluzionario per il sapere umano perché ci fa capire quanto siamo piccoli. Analogamente, le varie immagini dall'alto che seguono le vicende nelle strade di Alessandria sembrano suggerire proprio un punto di vista che mette ogni cosa in prospettiva: vedere gli uomini uccidersi e distruggere gli antichi rotoli della biblioteca muovendosi come tante formiche impazzite ci fa capire quanto sia insensata ogni guerra basata sul fatto di non tollerare chi la pensa diversamente da noi.
Allo stesso tempo, visto che al centro di tutto sta proprio la fede nelle diverse divinità, un'ulteriore lettura di queste inquadrature dall'alto potrebbe essere proprio quella di uno sguardo divino, spettatore muto della stoltezza umana.
E i dettagli crudi sui quali di tanto in tanto il regista si sofferma non sono altro che il contraltare di queste visioni d'insieme, una sorta di sottolineatura degli effetti di tanta crudeltà e cecità.
Agora insomma non solo intreccia il potere, la religione e il desiderio di conoscenza attraverso il ritratto di un personaggio storico eccezionale, una donna tollerante e coraggiosa, ma riesce anche a farci riflettere sul nostro presente attraverso un'affascinante ricostruzione del mondo antico.

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Maggio 2010



Basilicata coast to coast
di Rocco Papaleo

Lo scopo principale di un film come Basilicata coast to coast è quello di far scoprire e promuovere una parte d'Italia poco conosciuta. Uno scopo legittimo e dichiarato dalle tante immagini del film che indugiano su paesaggi e vedute da cartolina.
E da questo punto di vista il primo lungometraggio di Rocco Papaleo centra senza dubbio il suo obbiettivo perché si muove attraverso panorami di grande fascino.
Un altro aspetto interessante del film è la musica, il collante che lega la scombinata carovana di amici di questo viaggio.
A decidere di attraversare la Basilicata a piedi sono infatti quattro musicisti dilettanti guidati da un professore di matematica, interpretato da Rocco Papaleo.
Selezionati per la serata finale del Festival del Teatro-Canzone di Scanzano Jonico, i quattro decidono di trasformare il breve percorso per raggiungere questa località in un vero e proprio viaggio, percorrendolo a piedi attraverso strade secondarie di montagna.
Nati come idea promozionale, questi dieci giorni un po' campeggio e un po' jam session saranno l'occasione per ognuno di capire qualcosa su se stessi.
La musica è dunque il filo rosso del loro percorso e assieme ad alcuni buoni spunti comici è uno degli aspetti migliori del film.
Ad essere deboli sono invece la storia e i personaggi, dunque la sceneggiatura, scritta da Papaleo assieme a Valter Lupo. L'idea del viaggio alla scoperta di se stessi avrebbe potuto infatti essere sfruttata per imbastire un percorso di maggior spessore, mentre la costruzione dei vari personaggi si riduce a pochi tratti.
Per tutti alla fine del viaggio c'è una sorta di chiusura, a volte piuttosto semplicistica, rispetto ai problemi coi quali erano partiti.
Dunque se l'idea di un road movie a sfondo musicale nei paesaggi dell'Italia del sud è una buona base di partenza che riesce anche a far sorridere con alcuni spunti divertenti, alla fine dei conti allo spettatore resta la delusione per i tanti elementi della storia non approfonditi. Alle azioni dei personaggi quello che manca sono spesso proprio le motivazioni, la sostanza dietro le vicende. Emblematico in questo senso è il personaggio interpretato da Giovanna Mezzogiorno che rimane un rompicapo per chi guarda il film.
Si tratta di una giovane giornalista, figlia di un importante politico che lavora in un piccolo giornale di provincia e accetta con riluttanza l'incarico di seguire il viaggio della scombinata carovana per documentarlo.
Di lei non capiamo né cosa l'abbia portata a fare quel lavoro, né il rancore verso il padre, né il repentino cambiamento di atteggiamento verso il resto del gruppo.
Dopo una iniziale fase di freddezza infatti, la giornalista decide di unirsi al viaggio e documentarlo lei stessa con la telecamera, scoprendo che quella che all'inizio le sembrava una scena monotona può rivelarsi un buon materiale da filmare, come lo è per il regista del film. Basilicata coast to coast è dunque una buona idea che poteva essere sviluppata meglio ma che riesce lo stesso a far passare una serata piacevole ma non esilarante a tutti; quelle risate sonore e a pieni polmoni che avete sentito in sala e non riuscivate a spiegarvi venivano molto probabilmente da un pubblico di parte, magari con le stesse origini lucane di Papaleo.

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Aprile 2010



L'uomo nell'ombra
di Roman Polanski

A leggere la trama di questo film viene subito da pensare ad un thriller di tutto rispetto, di quelli capaci di coinvolgerti e tenerti col fiato sospeso fino alla fine.
Gli elementi dell'intrigo perfetto in effetti ci sono tutti, dalla location misteriosa e inquietante, ai segreti che man mano vengono a galla, fino all'intreccio politico. Protagonista della storia è un ghost writer inglese, un autore che si occupa di redigere testi firmati da qualcun altro.
Il suo agente gli propone un lavoro che gli frutterà molto bene: portare a termine l'autobiografia dell'ex Primo Ministro britannico, Adam Lang, lasciata incompiuta dal suo precedente ghost writer, morto in seguito ad un incidente sospetto.
Anche se titubante il protagonista accetta il lavoro e il suo rigidissimo protocollo che lo obbliga a lavorare soltanto nella casa di Lang dove il manoscritto è tenuto sotto chiave.
In questa moderna costruzione con le pareti vetrate e il salotto in pelle nera su una desolata e ventosa isola degli States, lo scrittore conosce lo staff che ruota attorno al politico, compresa la moglie, una donna acuta e sospettosa, con l'aria della belva in gabbia.
Mentre comincia il lavoro sul manoscritto, la situazione precipita: un ex ministro accusa Lang di aver autorizzato la cattura di alcuni sospetti terroristi in seguito torturati dai servizi segreti statunitensi.
La stampa accorre sull'isola e nel frattempo il protagonista scopre alcuni indizi raccolti dal suo predecessore, cominciando a sospettare che la sua morte non sia stata un incidente casuale. Segue le tracce che lo portano a dipanare l'intrigo politico la cui chiave sembra risiedere proprio nel manoscritto stesso.
Si, è vero, gli elementi ci sono tutti e leggendo la trama viene voglia di vedere il film per conoscere tutta la storia. Peccato però che la visione della pellicola non mantenga le promesse del suo intreccio: gli ingredienti del genere si rivelano infatti molto più simili a degli stereotipi.
Anche se abbiamo il luogo isolato ed inquietante, l'uomo comune che si ritrova coinvolto in un mistero più grande di lui del quale man mano vengono a galla alcuni indizi, tutto questo sembra svolgersi sempre in superficie, senza andare mai in profondità, né a livello di emozioni né di personaggi.
Più di tutto si sente la mancanza di un preciso senso di identificazione col protagonista ed è forse questo ad impedire al film di trasmetterci quella suspence che il genere presuppone.
La figura dello scrittore non viene quasi per niente approfondita e dunque, pur essendo il classico uomo comune, noi non riusciamo davvero a riconoscerci in lui.
Anche lo stile del film, per la maggior parte convenzionale, più che avvicinarsi ai modelli del cinema classico in questo caso a tratti sfiora lo stereotipo e il didascalico.
Il parallelo da molti tirato in ballo riguardo a L'uomo nell'ombra con i film di Alfred Hitchcock sembra del tutto inopportuno, almeno a livello di risultati, perché in questo caso manca proprio quel meccanismo ben oliato che nel cinema classico riesce a trascinare lo spettatore dentro il film. Un livello di suspence e tensione molto diverso è quello che si trova nelle pellicole di Hitchcock dove lo spettatore sente davvero di potersi identificare con quell'uomo medio coinvolto in una situazione drammatica che rischia di stritolarlo.
Non solo, ma il mistero celato nel corso della storia finisce per risolversi in una specie di indovinello da film giallo che ci lascia con un pizzico di delusione.
A conti fatti la cosa più riuscita del film è forse la scena finale: insensata e spiazzante, conclude il racconto di un mistero che non è mai stato poi così tanto interessante.

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Aprile 2010



Moon
di Duncan Jones

Al giorno d'oggi «fantascienza» significa il più delle volte tanta tecnologia e fantasiose maniere di salvare la Terra dall'ennesimo pericolo di distruzione.
Moon, al contrario, strizza l'occhio ai classici del genere come Alien e 2001: Odissea nello spazio, dei quali il regista Duncan Jones è un fan appassionato e utilizza il futuro come scenario per una storia di grande intensità. Protagonista del film è Sam Bell, un astronauta che ha passato gli ultimi tre anni da solo nella base terrestre installata sulla Luna per produrre energia per il nostro pianeta.
A due settimane dal suo ritorno a casa, Sam comincia ad avere delle allucinazioni e a pensare che qualcosa non va.
Il fulcro del film è proprio l'interpretazione dell'attore Sam Rockwell che ha dovuto moltiplicarsi interpretando più di una parte: il protagonista scopre infatti di non essere il vero Sam Bell ma soltanto un suo clone proprio quando incontra un altro clone pronto a sostituirlo.

Il tema principale del film può essere dunque considerato quello dell'identità: cosa succederebbe se ci trovassimo di fronte qualcuno uguale a noi, ma soprattutto se scoprissimo che quella che credevamo essere la nostra identità è in realtà una costruzione fasulla?
Nel caso di Sam, lo stress di tre anni di solitudine lontano dalla civiltà lo ha portato ad aggrapparsi, ancor più di quanto ognuno di noi faccia, ai suoi ricordi felici.
Ed è proprio quando scopre che quei ricordi non sono altro che registrazioni copiate, brandelli di vita terrestre del vero Sam Bell, che il protagonista si confronta con la realtà e va in pezzi. Prima di quel momento infatti sembrava aver accettato rapidamente e in modo quasi indolore la presenza nella base di qualcuno uguale a lui, come se la fiducia nelle sue percezioni fosse talmente minata dopo tanta solitudine da non avere neanche più la forza di opporsi, di difendere la sua identità.
Dunque a tradire il protagonista, in questo caso, non sono le macchine, come spesso accade nelle storie di fantascienza, bensì il nocciolo più profondo di se stesso.
Il film gioca con questo cliché, lasciandoci sospettare che sia l'assistente tecnologico GERTY il responsabile degli strani eventi che si verificano.
In realtà sono stati altri uomini, funzionari di un'azienda che vediamo solo in un'immagine registrata nel loro ufficio sulla Terra, ad architettare un modo per risparmiare denaro e usare all'infinito cloni dello stesso uomo senza pensare però ai rischi che comporta per un essere umano scoprire di essere la copia di qualcun altro.
Come per un paradosso, la programmazione assegnata alla macchina di proteggere Sam, o meglio ognuno dei suoi cloni, fa sì che proprio GERTY sia l'unico ad aiutare i due protagonisti a scoprire la verità e noi spettatori a venire a capo dell'intreccio di ruoli.
Un elemento curioso del film è appunto la capacità della storia di costruire in noi una percezione diversa di due personaggi interpretati dalla stessa persona.
Ciò è dovuto anche al loro aspetto oltre che alle sfumature della recitazione: le fattezze dei due Sam infatti si diversificano sempre più man mano che il corpo dell'uno si corrompe, forse a causa di un difetto nel suo dna clonato, mentre l'altro, un clone appena risvegliato dal suo sonno, ci sembra quasi troppo perfetto e “finto” per essere un uomo vero.
Ma la nostra percezione del primo Sam come più umano del secondo è dovuta anche a ciò che il film ha stabilito fin dall'inizio, facendo credere anche a noi, come a lui, che egli fosse un uomo con dei ricordi veri.
Per un po' scambiamo addirittura il nuovo clone per il vecchio, per capire solo dopo di essere stati doppiamente ingannati e ridare senso al tutto, continuando a sentirci emotivamente più vicini al Sam il cui aspetto peggiora sempre di più.
L'intero film si svolge sulla Luna, tra il bianco che domina nella base e il grigio argenteo delle scene sul suolo lunare, mentre la Terra è vista sempre da lontano, dallo spazio oppure nei messaggi all'interno degli schermi.
Ma nonostante tutto si svolga in questi ambienti ristretti, il film ha gli ingredienti drammatici e la durata perfetta per risultare avvincente.

Negli scopi della pellicola non c'era solo quello di emozionare gli spettatori, ma anche di trattare una prospettiva che potremmo vedere avverarsi nel futuro.
Infatti la base terrestre di Moon si occupa di estrarre dal suolo lunare l'elio 3, un isotopo dell'elio che è l'ingrediente fondamentale della fusione nucleare, un processo che sprigiona una grande quantità di energia senza produrre scorie radioattive.
L'idea di raccogliere questo elemento, trasformarlo in liquido e spedirlo poi sulla Terra per essere usato come carburante della fusione nucleare potrebbe dunque non essere una prospettiva così improbabile se gli scienziati riuscissero a controllare questo processo, che per ora stanno ancora studiando.
Presentato in importanti festival internazionali, il film è uscito in Italia ottenendo scarso successo nelle sale.
Le proiezioni nei circuiti di cinema d'autore o l'alternativa dell'home video sono però l'occasione di non farci scappare un film che merita di essere visto.

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Aprile 2010



La prima cosa bella
di Paolo Virzì

La prima cosa bella è un film corale che intreccia le storie di molti personaggi; potremmo però anche definirlo come la storia di un figlio ultra trentenne, con il volto di Valerio Mastrandrea, che torna nella città natale quando la salute della madre si aggrava e ripercorre le vicende della sua infanzia.
Proprio la mamma, interpretata da Micaela Ramazzotti e da Stefania Sandrelli, è l'altro polo della relazione genitore-figli che domina il film: una mamma sempre serena di fronte ai suoi bambini, indipendentemente da ciò che le accade, forse perfino incosciente ma che sembra capace di dimenticare e far dimenticare ogni guaio con una canzone e un abbraccio.
Il film, mescolando sapientemente passato e presente, ci racconta il rapporto di Bruno e della sorella Valeria ormai cresciuti con la madre ammalata, alternandolo con le vicende della loro infanzia. Nella Livorno degli anni '70 Anna è una donna giovane e bella con un marito geloso che non sopporta gli apprezzamenti degli altri uomini su di lei.
Dalla fascia di «mamma più bella» vinta in uno stabilimento balneare di Livorno cominciano i litigi che la portano a scappare di casa coi suoi figli in una notte di pioggia.
Da qui in avanti per i due bimbi non ci sarà più pace: trascinati da un posto all'altro, ripresi dal padre e poi nuovamente dalla madre, vedranno quest'ultima accettare l'aiuto di una serie di uomini all'apparenza galanti ma tutti inevitabilmente interessati ad ottenere da lei qualcosa in cambio.
Anna viene dipinta come una donna ingenua e poco avvezza al mondo e ai suoi meccanismi, quasi fin troppo per essere credibile, così come i suoi due bambini sembrano troppo docili per essere veri.
Mentre Valeria, presa nel suo mondo infantile sembra ignara di quel che accade, Bruno è perennemente corrucciato, come se sentisse di dover proteggere la madre dalla sfilata di uomini che le passano accanto.
Tra i tanti impieghi che questi accompagnatori temporanei procurano ad Anna e nei quali lei si improvvisa, c'è anche quello di comparsa su un set cinematografico d'autore: qui intravediamo Dino Risi e Marcello Mastroianni, come a dire che il cinema italiano guarda al suo passato glorioso.
Anche a livello dei personaggi tutta la storia sembra un confronto col passato nel tentativo di capire, ora che la vita di Anna è quasi alla fine, come Bruno sia arrivato a provare quel senso di insoddisfazione, quasi un male di vivere, che dimostra nel presente.
Ma nonostante il tentativo di proteggere la madre e il mancato rapporto col padre, tutto sommato non possiamo dire di riuscire a capirlo del tutto.
Possiamo ipotizzare che Bruno fatichi a diventare adulto perché nessuna figura di uomo, tra quelle che ha conosciuto accanto alla madre, è stata un esempio positivo.
Ciononostante il rifiuto di seguire i suoi sogni e il suo talento ci sembrano una sconfitta che non ripaga la tenacia con cui sua madre ha invece tentato di tenersi a galla per tanti anni pur affidandosi, forse consapevolmente, al suo fascino di donna.
Ed è proprio di fronte all'ennesima relazione della madre che a diciotto anni Bruno scappa di casa, per la vergogna del modo in cui lei li ha cresciuti.

Scorrevole e godibile, il film ci fa sia ridere che piangere e riesce anche a farci riflettere, soprattutto sul rapporto genitori e figli.
Non solo sulle conseguenze che le azioni dei genitori hanno sulla vita dei figli ma anche su come i figli diventati adulti si trovano a relazionarsi con il loro passato soprattutto quando i ruoli si invertono ed è il momento di prendersi cura dei propri genitori.
L'unica pecca in una formula forse anche troppo perfetta è il finale, quando l'aspetto comico viene eccessivamente ostentato come se, laddove il dramma tocca il suo apice, dovesse farlo anche la commedia.

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Marzo 2010



Shutter Island
di Martin Scorsese

Per la maggior parte dei film è possibile scrivere una recensione che accenni alla trama senza rovinare la visione agli spettatori che non sono ancora andati al cinema.
Anche se è sempre meglio vedere i film ignorando ciò che è stato scritto su di loro, per andare a curiosare tra le critiche soltanto dopo, la recensione può così assolvere la sua funzione di guida alla scelta di cosa vedere in sala.
In questo caso però, trovo particolarmente difficile parlare di Shutter Island senza dire nulla che possa pregiudicarne la visione e mi si impone perciò la scelta tra un resoconto molto più generico del solito e una descrizione approfondita.

La mia soluzione è questa: se non avete ancora visto il film, non continuate a leggere questo testo. Se quello che cercavate era un consiglio, la risposta è “Si, vale la pena andare al cinema per vedere Shutter Island”; andate in sala e rimandate la lettura a dopo la visione. Per tutti gli altri, la recensione comincia da qui.

L'ultimo film di Martin Scorsese, nel quale il regista collabora nuovamente con Leonardo di Caprio è allo stesso tempo affascinante, coinvolgente ed inquietante.
Siamo negli Stati Uniti degli anni '50 e la pellicola comincia con un Leonardo di Caprio dall'aria molto sbattuta, alle prese con i sintomi del mal di mare sul traghetto per Shutter Island. Questo inospitale pezzo di roccia in mezzo all'acqua è la sede di un ospedale/penitenziario che si occupa dei criminali considerati malati di mente.
Di Caprio è Teddy Daniels, un poliziotto federale inviato sull'isola assieme ad un collega per indagare sulla fuga di una paziente dell'istituto.
Proprio nella scena dell'arrivo dei due agenti sull'isola, qualcosa ci sembra subito fuori posto: una musica quasi ridicola enfatizza in maniera eccessiva il carattere inquietante del luogo, mentre la frase del capitano del traghetto che preannuncia l'arrivo di una tempesta, svelando banalmente il fatto che i due rimarranno bloccati sull'isola, sembra un errore da dilettanti. Mentre l'indagine comincia, la trama diventa man mano più fitta ed emergono alcuni ricordi dolorosi del protagonista: l'esperienza traumatica vissuta combattendo nella Seconda guerra mondiale e la morte della moglie.
Scopriamo così che il vero motivo per cui Daniels si trova sull'isola è trovare il piromane che ha dato fuoco alla sua casa uccidendo sua moglie e raccogliere le prove che nell'ospedale si conducono esperimenti sulla mente dei pazienti.
Cominciamo a pensare che siamo di fronte al classico personaggio che ha ficcato il naso dove non doveva e ben presto si ritroverà in trappola. Shutter Island si basa completamente, più di ogni altro film, sulla nostra identificazione con il suo protagonista, in tutti i sensi.
Non soltanto stiamo dalla sua parte e proviamo le sue emozioni ma basiamo la nostra interpretazione di ciò che vediamo sul suo modo di vedere la realtà.
Così, man mano che attorno a lui si stringe il cerchio di chi non vuole che scopra la verità, in noi aumenta il senso di angoscia e di inquietudine. Si profila addirittura l'idea che per eliminarlo, i dottori dell'ospedale potrebbero decidere di farlo passare per pazzo, trasformandolo in un paziente dell'ospedale.
L'aspetto più sconvolgente che viene messo in luce nel film è proprio il fatto che se in un ambito ristretto un certo numero di persone si accorda su una certa versione dei fatti, questa può diventare la realtà, soltanto perché tutti sostengono che lo sia.
Chiunque non sia d'accordo può essere fatto passare per pazzo e proprio per questo qualunque cosa egli dica non avrà valore. Ciò emerge in maniera prepotente quando, nel momento in cui Daniels pensa di aver scoperto ciò che accade sull'isola, la situazione si ribalta completamente.
Quello che sapevamo essere il suo collega poliziotto si presenta come il suo psichiatra e gli rivela che in realtà egli è un paziente dell'ospedale, richiuso sull'isola già da due anni per l'omicidio della moglie, compiuto dopo aver scoperto che lei aveva annegato i loro tre figli. Tutto quello che abbiamo visto prima sarebbe stato dunque un enorme gioco di ruolo messo in piedi per dimostrare come un paziente di questo tipo possa essere curato facendogli rivivere e accettare il suo trauma piuttosto che con un'operazione chirurgica.
Pur non essendo violenta, questa scena riesce ad essere in un certo senso agghiacciante.
Noi siamo esattamente nei panni del protagonista e oscilliamo tra due interpretazioni opposte della storia. Dapprima rifiutiamo queste parole e vorremmo noi stessi ribellarci, dire al protagonista che sappiamo che è un poliziotto, uno dei buoni e soprattutto che non è pazzo. Ma un attimo dopo non ne siamo più certi, dubitiamo mentre anche lui vacilla. Continuiamo a oscillare tra un'interpretazione e l'altra, rivedendo sotto una nuova luce l'intera storia finché compare un flashback della scena in cui lui torna a casa, trova i figli annegati e uccide la moglie. Il finale del film ci lascia nel dubbio: non riusciamo ad essere certi che l'ammissione del protagonista di questo suo passato sia sincera, né possiamo essere del tutto convinti che egli sia davvero un'omicida.

Retrospettivamente ci è però ora possibile rileggere alcuni elementi del film: quell'inizio così enfatico si sembra adesso un segnale che serviva a suggerirci da subito che ciò che stavamo vedendo era una messa in scena.
Allo stesso modo alcuni dettagli dei sogni e delle visioni del protagonista ai quali sul momento avevamo dato poco peso, sembrano giocare a favore dell'interpretazione proposta dai dottori dell'ospedale.
Shutter Island si chiude così, mandandoci a casa con un senso di inquietudine netto e profondo ma soprattutto lasciandoci con una domanda sulla quale riflettere: chi decide che cosa è “vero”?

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Marzo 2010



Invictus
di Clint Eastwood

La storia di Invictus si svolge in Sudafrica negli anni '90 e fin da subito il film ci presenta i suoi elementi fondamentali: lo sport, la politica e la separazione tra neri e bianchi che vige in questo paese.
La vicenda raccontata dall'ultimo film di Clint Eastwood si concentra proprio sul tentativo del neoeletto presidente Nelson Mandela di diffondere l'idea dell'integrazione razziale combattendo la precedente politica dell'apartheid.
A questo scopo, la sua lungimiranza lo porterà ad utilizzare un evento simbolico come la Coppa del Mondo di rugby del 1995 per veicolare un senso di appartenenza nazionale che possa unire tutti quanti sotto la stessa bandiera.
A definire la cornice storica, il contesto politico da cui prende avvio la vicenda, ci pensa una breve introduzione ricostruita con lo stile dei servizi televisivi che si assume così una funzione simile a quella che nel cinema classico è di solito ricoperta dall'establishing shot.
In effetti proprio il cinema classico è il modello più forte a cui poter accostare questo film, dove sembra siano state seguite tutte le regole canoniche di una costruzione cinematografica che punta sulla forza della narrativa.
Abbiamo infatti una storia avvincente, una personalità carismatica portatrice di un forte messaggio, una seria di narrazioni minori che scorrono in parallelo rispetto alla principale e soprattutto un meccanismo di crescendo emotivo.
Il coinvolgimento dello spettatore viene attentamente controllato e portato fino al culmine dell'immedesimazione nel finale grazie all'uso della musica, del ralenti e di vari effetti sonori. E così, appena finito il film, si prova una sorta di brusco risveglio: si torna alla realtà con la netta sensazione di aver sperimentato delle emozioni attentamente pianificate per noi e dunque anche con un un retrogusto che sa di artificioso.
Ciononostante, resta il valore del messaggio di cui il film si fa portatore che è anche il punto di forza della storia. La volontà di un uomo di intervenire sul futuro del proprio paese, sfruttando non solo i mezzi della politica ma anche il senso di partecipazione della competizione sportiva per riconciliare le due anime del Sudafrica, è un esempio che non può lasciare indifferenti.
In questo senso l'alter ego dello spettatore all'interno del film sembra essere il capitano della squadra, interpretato da Matt Damon che si dimostra più sensibile degli altri alla filosofia promossa da Mandela e dunque cerca di trascinare i suoi compagni, ormai conscio del valore simbolico che avrebbe una vittoria della sua squadra.
Sono poi proprio le piccole storie all'interno di quella principale a rafforzare il messaggio, mostrando come la diffidenza e l'ostilità reciproca siano realtà diffuse, radicate e difficili da combattere. Resta però anche il fatto che, avendo scelto di raccontare solo una piccola porzione di eventi storici, l'inevitabile processo di selezione che il film ha dovuto affrontare, ha lasciato alcune aree da colmare.
Nonostante non fosse possibile, né fosse nelle intenzioni del regista, raccontare per intero le vicende del Sudafrica, si sarebbe potuto aggiungere qualche piccolo dettaglio per aiutare a chiarire il quadro generale.
La sequenza iniziale alla quale, come detto, spetta questo compito, tralascia un'informazione importante: nonostante il film faccia più volte riferimento al lungo periodo passato in carcere da Mandela, non se ne esplicita mai la causa, né in negativo né in positivo.
Lo spettatore, libero di ignorare i fatti al momento della visione del film, non può che continuare a chiederselo fino alla fine dello spettacolo, aspettando di tornare a casa per potersi togliere il dubbio.

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Marzo 2010



Amabili resti
di Peter Jackson

La migliore caratteristica del nuovo film di Peter Jackson è di non essere un film piatto, uno di quelli che si possono inserire a prima vista nella casella di un genere specifico. Certo, una sottile atmosfera di inquietudine lo domina, ma nonostante la presenza di una scena da maestri del thriller, Amabili resti è molto più di questo.
La protagonista del film è Susie Salmon, una ragazzina di 14 anni curiosa, intraprendente ma anche un po' timida.
La storia comincia con la sua voce narrante che quasi subito ci racconta di essere stata uccisa proprio all'età di 14 anni da un vicino di casa.
Dunque quando vediamo Susie uscire da scuola, tagliare attraverso i campi per tornare a casa e incontrare proprio il suo inquietante vicino, per quanto forte sia la nostra speranza che le cose vadano diversamente, sappiamo già quello che avverrà.
È da qui in avanti che il film può cominciare a stupirci con il suo mix di tonalità differenti. Si comincia con il dolore dei genitori: da una parte il padre, interpretato da un Mark Wahlberg per fortuna un po' più espressivo rispetto al precedente Max Payne, che affronta il dolore non dandosi per vinto e continuando a cercare l'assassino della sua bambina. Dall'altra parte la madre, interpretata da Rachel Weisz, che per riuscire a venire a patti con una perdita così grande non riesce a trovare altra soluzione se non quella di allontanarsi per un po' dai due figli che le rimangono.
Proprio la sensibilità del fratellino più piccolo di Susie riesce a percepire la presenza della sorella, ancora vicina alla sua famiglia. Susie infatti viene rappresentata in una zona di passaggio tra la Terra e il cielo, un punto d'osservazione dal quale segue quello che accade alla sua famiglia cercando in qualche modo di farsi sentire da loro.
È proprio nel descrivere questo mondo altro che il film riesce ad utilizzare al meglio i mezzi del cinema rendendo percepibili i differenti livelli di realtà attraverso cui si muove la storia. La maestria del regista è visibile soprattutto nella capacità di rendere distintamente con le immagini la compresenza eppure l'enorme distanza che separa questi due mondi. Nonostante queste serie premesse e il percorso di accettazione del dolore che tutti i personaggi devono affrontare, il film riesce perfino ad essere divertente grazie ad un breve intermezzo che sfrutta la bella interpretazione di Susan Sarandon: una nonna perennemente attaccata alla bottiglia e un po' cinica che però resta vicino alla famiglia nel momento del bisogno.
Peccato soltanto che, arrivati alla fine del film, con un più di un motivo per avere gli occhi lucidi, l'ultima frase suoni piuttosto stonata. Si poteva evitare di augurare a tutti gli spettatori una vita lunga e felice; di certo se questo finale è stato ripreso dal libro, leggerlo sulla pagina doveva fare un effetto migliore.

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Febbraio 2010



Dieci inverni
Il debutto alla regia di Valerio Mieli, tra Venezia e Mosca

Dieci inverni è la storia di una lunga relazione, tra le altre cose anche d'amore.
Due ragazzi si incontrano sullo stesso vaporetto, entrambi all'inizio della loro vita da adulti, appena arrivati a Venezia portando soltanto uno zaino e le loro radici (un albero per lui, una lampada per lei).
Nel corso dei dieci anni successivi le loro strade si incroceranno spesso, in un continuo perdersi e ritrovarsi, dentro e fuori da un rapporto che assume varie forme per approfondirsi man mano sempre di più.
Alla vita della romantica laguna fa da controcanto la gelida Mosca, città nella quale Camilla si trasferisce per circa due anni a causa degli studi.
Entrambe creano uno sfondo surreale quanto basta per la storia e a cavallo tra l'umidità dell'una e la neve dell'altra, gli inverni si susseguono finché il rapporto di Camilla e Silvestro sembra quasi completo.
Tra di loro ci sono confidenza, condivisione, supporto: tutto quello che c'è in un rapporto d'amore, ma senza l'amore. I due potrebbero vivere così per sempre e forse per questo evitano di essere sinceri rispetto ai loro sentimenti e a ciò che si aspettano l'uno dall'altro. Ma le situazioni cambiano: occasioni e nuove conoscenze, portano i due su strade diverse e con differenti partner fino al punto in cui sembra troppo tardi per decidersi a confessare i propri sentimenti.
Debutto del regista Valerio Mieli, Dieci inverni sembra ruotare attorno a due temi fondamentali: tempismo e destino. La storia che il film ci racconta è tutto sommato abbastanza verosimile: in effetti, a chi non è capitata una cosa bella in un momento sbagliato?
Quello che sembra inverosimile è invece come due persone possano evitare di impegnarsi in un confronto sincero così a lungo. Ancora più inverosimile è poi che la vita conceda loro così tante occasioni per recuperare un treno perso.
Al di là di questo, la storia di Camilla e Silvestro non può non farci pensare a quanto fragile e complicato sia il ritmo all'interno del quale ci muoviamo e a quanto le coincidenze (o il destino?) condizionino le nostre vite.
In chiusura, una nota la merita lo sfondo principale del film: una Venezia di tutti i giorni nella quale le location reali (come la piccola casetta di Camilla sulla punta estrema dell'Arsenale) vengono rielaborate e usate per costruire una geografia immaginaria.
Unica stonatura a questa collezione di piccole calli, appartamenti minuscoli e piazze vuote è un'inquadratura notturna di piazza San Marco: forse un inevitabile tributo da pagare ad una Venezia, una volta tanto, senza turisti.

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Febbraio 2010



Tra le nuvole
di Jason Reitman

La cosa più difficile è scrivere di un film quando la sua visione non ha suscitato nessuna riflessione; non è certo questo il caso di Tra le nuvole (titolo originale, Up in the air). Al contrario, l'ultimo film del regista di Juno dietro l'apparenza di un tono leggero dispone per noi una lunga serie di temi sui quali riflettere. Senza grandi drammi o accenti melodrammatici ma con uno sviluppo sottile, sottotono, leggero, proprio come se fossimo sospesi nell'aria.
Il punto di vista più frequente del film è proprio la visione dall'alto: sono queste immagini aeree del paesaggio americano ad introdurci alle numerose città toccate dal continuo peregrinare del protagonista, interpretato da un ottimo George Clooney. Ryan Bingham si occupa di licenziare i dipendenti di altre società e viene assunto da datori di lavoro che non hanno il coraggio di fare questo “sporco” lavoro per conto proprio.
Mandano allora lui e i suoi colleghi a dare la triste notizia in maniera da provocare meno conseguenze possibili. La vita di Ryan si risolve così in un viaggio continuo, tra aerei, hotel e auto a noleggio; la sua filosofia è viaggiare leggero e non avere legami; il suo sogno è accumulare dieci milioni di miglia sulla sua tessera frequent flyer per ottenere uno status raggiunto da pochissimi altri.
Il protagonista si occupa anche di divulgare questa sua filosofia tenendo conferenze in giro per gli USA in una serie di anonime sale congressi: usando la metafora di uno zaino sulle spalle, mostra alle persone quanto sono appesantite nella vita di tutti i giorni da ciò che possiedono in termini di oggetti ma anche di relazioni sociali.
All'insegna del più brutale individualismo, il suo zaino sembra dunque essere completamente vuoto, visto che il suo movimento continuo gli permette di stringere nient'altro che rapporti transitori. Del resto anche il suo lavoro consiste in fondo nello sciogliere dei legami, a volte anche molto consolidati ed è un'arte che Ryan ha ormai perfezionato con orgoglio, grazie alla quale i malcapitati trovano di fronte a loro un muro di gomma sul quale sfogarsi ma anche qualcuno che li illumina sulle nuove “esaltanti” possibilità che un cambiamento potrebbe aprire per loro.
Uno dei temi centrali del film, quello della disoccupazione e della ricerca del lavoro è dunque di bruciante attualità, tanto per il panorama statunitense che per quello di casa nostra, accomunati in questo momento storico da problemi simili. Ma ad un livello più profondo il tema del lavoro è soprattutto quello della stabilità, di quelle architetture di relazioni che le persone costruiscono per dare un senso alla loro esistenza.
Lungo il film ci si chiede per l'appunto che senso abbia cercare di creare dei legami permanenti come il matrimonio, la famiglia, se poi comunque tutti finiamo per essere soli nel nostro destino. Grazie all'ottima caratteristica del film di usare coppie di situazioni opposte e ribaltare continuamente il punto di vista sulle cose, sarà proprio Ryan, sostenitore incallito di una vita libera da ogni legame, a dover tentare di convincere il futuro sposo della sorella che vale la pena sposarsi.
Ryan affronta questo compito ingrato in modo allo stesso tempi sincero e cinico: dice infatti al futuro cognato in preda all'ansia che in effetti non c'è chissà quale significato nel mettere su famiglia, a parte la semplice constatazione che la vita è migliore se trascorsa in compagnia.
Un'altra opposizione del film risiede proprio nella natura del lavoro del protagonista, che prospera quando per gli altri le cose vanno male, così come nella realtà è negli eventi eccezionali che alcune determinate categorie trovano la loro ragione di esistenza.
Inoltre, così come lui sconvolge su due piedi l'esistenza di persone che non ha mai visto prima, lo stesso accadrà per il suo lavoro quando una giovane neo dipendente dalla sua società ipotizzerà di gestire i licenziamenti per via telematica, rendendo superflui i suoi viaggi continui.
Proprio qui ci si rende conto di come anche il suo essere sempre in viaggio, la sua continua non-stabilità, la sua vita vissuta in quei non-luoghi che sono aeroporti e alberghi, apparentemente del tutto libera se contrapposta alle nostre normali esistenze piene di radici, sia poi alla fine anch'essa una strana forma di stabilità che può essere messa in crisi. Come dire che, se agli altri manca il terreno sotto i piedi quando lui li licenzia, anche a Ryan che passa la maggior parte della sua vita sugli aerei, in questo caso mancano in un certo senso le nuvole da sotto i piedi.
È a questo punto che il film dimostra la sua maturità, perché quando la filosofia perfetta di Ryan entra in crisi e lui si decide a far entrare finalmente qualcosa nel suo zaino, riceverà una grossa delusione, rendendosi conto che il gioco delle relazioni dal quale per tanto tempo si è tenuto alla larga, richiede una continua e faticosa negoziazione con gli altri, un impegno prolungato. Quella vita condotta tra un mare di sconosciuti, all'interno dei non-luoghi della società contemporanea, era vera quanto la sagoma di cartone che Ryan porta con sé; come dire che l'idea di una libertà totale dai legami non può essere altro che un'illusione, una facciata di cartone.
Il film evita dunque di scadere in un banalissimo lieto fine facendoci invece capire che qualcosa si è rotto in Ryan: alla fine della storia ci rendiamo conto che per lui le cose non potranno più essere le stesse di prima.
Proprio nel momento in cui ha ottenuto ciò che desiderava, si è accorto che non era più così importante per lui.
Allo spettatore resta la speranza che magari, dopo la fine del film, Ryan si sia deciso a licenziare se stesso.

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Gennaio 2010



Avatar
di James Cameron

Il nuovo film di James Cameron, arrivato nelle sale dopo una lunga e dispendiosa produzione, ci porta su un pianeta chiamato Pandora. Qui gli uomini del futuro hanno costruito il loro insediamento: una grigia, fredda, ipertecnologica base piena di soldati, armi e qualche scienziato.
L'interesse che li muove è, ovviamente, economico e si scontra, com'era inevitabile, tanto con il benessere del pianeta quanto con quello dei suoi abitanti originari, i Na'Vi. Mentre una scienziata cerca di conoscere e capire questo popolo, chi dirige le operazioni freme per poter mettere le mani sulle ricchezze del sottosuolo di Pandora e tiene in caldo truppe, missili e bombe sapendo che la forza è sempre più convincente della diplomazia.
Ad infiltrarsi tra i Na'Vi sarà Jake, un ex marine costretto su una sedia a rotelle, appena arrivato su Pandora; partito con la missione di scoprire i punti deboli di questo popolo, finirà per innamorarsi del loro modo di vivere.

Già da questo quadro sommario risulta piuttosto chiaro come la trama di Avatar sia una storia vecchia quanto la presunzione dell'uomo (bianco) di poter conquistare e ottenere tutto ciò che vuole. Si tratta di una storia che abbiamo già visto e letto numerose volte, quella dell'incontro con una cultura differente dalla propria, giudicata in principio superficialmente, dall'esterno, ma che si finisce poi per difendere.
Insomma, come è già stato fatto notare, nient'altro che la trama di Pocahontas.
Eppure, Avatar è un grande film. Anche se è chiaro come il sole chi sono i buoni e i cattivi, cosa sta per succedere e chi vincerà alla fine, questo film di più di due ore e mezza scorre senza noia né cali. L'ingranaggio narrativo, pur se non straordinariamente originale, cattura a dovere lo spettatore e lo immerge in un mondo di immagini che sono il suo aspetto più esaltante. Avatar infatti ci porta in un mondo che non avevamo mai visto.
Non solo ci fa tuffare con grande realismo in uno spettacolo naturale di cascate e foreste che forse esiste ancora in qualche parte incontaminata della Terra, ma fa di più.
Con grande potenza immaginativa crea una miriade di dettagli per descrivere un universo in cui uomo e natura vivono davvero in simbiosi. Le forme e i colori di animali, fiori e piante e degli stessi Na'Vi sorprendono ad ogni passo.
Grazie all'ausilio della proiezione in 3D proprio queste scene di una potente e straordinaria natura incontaminata conquistano lo spettatore, non facendo rimpiangere la scelta di pagare un biglietto più salato del solito.
Nella filosofia dei Na'Vi, esseri che vivono rispettando tutte le creature perché parti di un'unica rete di energia vitale, vengono mescolati valori ecologisti e concezioni orientali, creando un mix affascinante.
Alcuni temi del film non sono nuovi nel panorama cinematografico: l'idea di un collegamento organico, simile a quello ottenuto attraverso la treccia di capelli dei Na'vi, è la porta biologica usata in Existenz di Cronenberg. In quel film i personaggi guidavano con la loro mente dei corpi virtuali, così come succede in Matrix.
Anche in Avatar accade qualcosa del genere ma si va oltre, perché il protagonista con la sua mente controlla non un'immagine di sé, bensì un altro essere vivente, metà umano e metà Na'Vi, attraverso il quale recupera le capacità motorie ormai negate al suo corpo terrestre. Dotato di questo nuovo fisico e di fronte alla bellezza di un sogno di mistica fusione con la natura, come potrebbe il protagonista non preferire quel mondo al nostro?

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Gennaio 2010



Azione, spettacolo e ironia: l'investigatore di Baker Street come non l'avete mai visto
Robert Downey Jr. e Jude Law ci regalano un ottimo Sherlock Holmes

Niente cappello e mantellina a quadretti.
La pipa si, quella c'è e gli resta in mano perfino dopo che si è lanciato da una vetrata giù nel Tamigi. Lo spettatore che abbia familiarità con la celebre figura nata dalla penna di Arthur Conan Doyle rimarrà probabilmente sorpreso da questo film, ma non deluso.
Non c'è dubbio infatti che la pellicola di Guy Ritchie, basandosi sul fumetto appositamente scritto dal produttore del film Lionel Wigram, nasca con l'intenzione di reinterpretare il personaggio di Sherlock Holmes.
Gli stessi artefici del progetto hanno dichiarato la volontà di fare piazza pulita dell'immagine stereotipata dell'arguto investigatore, costruita negli anni attraverso varie versioni televisive e cinematografiche, ripartendo dai romanzi originali per costruire però stavolta un personaggio maggiormente votato all'azione.
E così è stato: la figura tutta deduzione, pipa e lavoro mentale diventa un investigatore ironico e affascinante che oltre al cervello usa spesso anche i muscoli.
Uno Sherlock Holmes d'azione dunque, ma che mantiene la sua riconoscibilità, evitando di cadere in un ulteriore stereotipo: quello di figure genere 007 o Mission Impossible.
Questo Sherlock costruisce ancora le sue micidiali catene deduttive e vive chiuso nel caos del suo appartamento per scuotersi solo di fronte ad un caso da risolvere ma fa anche a pugni in un'arena di scommesse, riuscendo perfino in questa situazione a trarre vantaggio dalla sua intelligenza. Questo Sherlock, dall'aspetto spesso trasandato, si rivela un uomo di classe quando il momento lo richiede, lavora a curiosi esperimenti nei suoi momenti liberi e costruisce un rapporto di collaborazione e complicità col suo aiutante Watson, mostrando un po' di gelosia quando lui si appresta a lasciare il 221B di Baker Street per sposarsi.
Si potrebbe dire insomma che, affrontando il sempre spinoso problema di trasportare un concept da un medium all'altro, il team del film abbia centrato l'obbiettivo di costruire una versione innovativa e pienamente cinematografica pur senza tradire il personaggio originale. I mezzi del cinema sono in effetti sfruttati appieno, soprattutto attraverso le scene d'azione e uno spettacolare ritmo di montaggio che, assieme all'intervento della musica, crea sequenze quasi vicine ad un'estetica da videoclip.
Che il ritmo sia coinvolgente lo capiamo del resto fin da subito: il film ci trasporta immediatamente nel vivo dell'azione, assieme a Sherlock e a Watson per le strade di Londra, mentre tentano di sventare un sacrificio umano.
Conosciamo dunque subito anche il cattivo di turno, l'inquietante Lord Blackwood che sfida la ferrea logica di Holmes addirittura con la magia nera.
Assieme al fidato Watson, anche lui molto più aitante e attivo rispetto a come l'immaginario comune lo ha sempre dipinto, Sherlock dovrà indagare su alcuni omicidi compiuti da Lord Blackwood, ancora (incredibilmente) attivo e in circolazione anche dopo la sua pubblica impiccagione.
Tra magia nera e giochi di potere, a Sherlock Holmes sarà richiesto di sventare una vera e propria congiura contro l'Inghilterra. Se l'interpretazione di Robert Downey Jr. risulta perfetta nel costruire questa figura fuori dagli schemi, ironica quanto perspicace, l'intesa tra i due attori non potrebbe essere migliore creando sullo schermo una coppia complice e affiatata.
Un altro aspetto di grande efficacia nel film è l'ambientazione: la Londra di fine '800 non è una semplice scenografia bensì un tessuto vivo e pulsante. La città dialoga così con la storia e il film la sfrutta pienamente, dosando al meglio ambienti interni ed esterni.

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Gennaio 2010



Baarìa di Giuseppe Tornatore
Troppi personaggi per un film di grandi ambizioni

Il manifesto ci mostra un bambino dai vestiti logori sotto un sole accecante e, grazie anche a ciò che già sappiamo del film, è probabile che entriamo in sala con un'idea abbastanza precisa di cosa stiamo per vedere.
L'inizio del film non ci delude da questo punto di vista: Baarìa comincia a raccontare la sua storia, ambientata nella Sicilia rurale degli anni del fascismo. Vediamo Peppino Torrenuova, il bambino del manifesto, crescere e diventare, dopo la guerra, un militante del Partito Comunista, sposarsi e iniziare ad invecchiare.
Seguiamo le vicende della sua famiglia, legate sia agli eventi storici che alla vita del paese, cresciuto negli anni fino alle dimensioni di una cittadina.
Il problema del film è proprio questo: come volendo condensare una di quelle grandi saghe familiari cinematografiche in tre atti, il regista pretende di raccontare più di cinquant'anni di storia in una sola pellicola. Il difetto più vistoso di Baarìa è dunque l'ambizione o, in altri termini, il desiderio di dire tutto.
Come spaventato dall'idea di non avere altre occasioni, il regista sembra aver tentato di mettere tutto quello che aveva da comunicare e, forse pensando di realizzare il film summa della sua carriera, ha anche citato pedantemente il resto della sua produzione.

Il risultato è un film senza struttura, una somma di quadri senza collante narrativo. Soprattutto nella prima parte, si corre a perdifiato tra infanzia e adolescenza del protagonista, cambiando repentinamente interprete più volte e accumulando episodi diversi senza evidenti legami tra di loro.
Lo spettatore, per quanto concentrato, non riesce a mettere a fuoco le fisionomie dei vari personaggi; è già abbastanza occupato a tenere a mente chi è il protagonista.
Arrivati all'età del primo amore, il ritmo rallenta e la storia assume uno sviluppo più classico, raccontando come Peppino sia costretto ad agire con la forza per sposare la ragazza di cui si è innamorato, visto che la famiglia di lei lo considera uno spiantato senza arte né parte. Con lei inizia una vita familiare, mentre la politica lo coinvolge sempre di più nelle lotte sociali, a fianco dei contadini e contro la mafia, portandolo spesso anche lontano da casa.
Il tempo che passa costringe il regista ad operare massicciamente con i mezzi del trucco sui volti dei personaggi (quei pochi, fortunati, che mantengono gli stessi interpreti). E non si può fare a meno di segnalare a questo proposito, al di là della palese evidenza di questi interventi di make up, le discrepanze che sorgono, come quella tra una madre che invecchia di gran carriera e una figlia che, alla quinta gravidanza, ha praticamente lo stesso aspetto di quand'era adolescente.

La scelta di coprire un arco di tempo così lungo costringe inoltre il regista a fare ricorso ad una serie di stereotipi, per connotare in maniera evidente le varie epoche; se uniamo questo aspetto ad un set che nell'impostazione ricorda le città dei film western, capiamo come lo sviluppo del racconto rimanga per la maggior parte del tempo in superficie.
L'enorme quantità dei personaggi, protagonisti delle tante microstorie che ruotano attorno alla narrazione principale, richiede poi un gran numero di interpreti, spesso nomi famosi del panorama italiano. Ma se il cammeo di un attore importante in un film può essere un elemento che impreziosisce una storia, il fatto di usarne così tanti distrae solo l'attenzione; come fosse una lotteria, viene voglia di puntare su quale sarà la prossima faccia conosciuta a spuntare dietro un vicolo. E anche se molti di questi hanno svolto bene il loro lavoro, regalando al film momenti divertenti, resta il fatto che Baarìa non riesce a trovare un'identità, un tono prevalente. Il tentativo finale di incrociare passato e presente attraverso le due figure di bambini, il protagonista e suo figlio alla stessa età, risulta un espediente tutto sommato artificioso ed estremamente debole in un film così lungo.
L'idea che il regista probabilmente aveva in mente era quella di un racconto corale; peccato non abbia intuito però che per costruire una narrazione del genere non è sufficiente mettere tanti elementi insieme ma è necessario che questi siano accordati per suonare la stessa melodia.

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Dicembre 2009



Esercizi di stile al Teatro della cometa di Roma
Dopo vent'anni di repliche, un gioiello di spettacolo che non smette di divertire il pubblico

La sala è piena e il pubblico, presumibilmente informato del tipo di spettacolo a cui sta per assistere, si dimostra da subito partecipe e caloroso. La rappresentazione comincia illustrando una banalissima storia senza nessun significato apparente, recitata dall'unica interprete femminile in scena.
A mezzogiorno, su un tram della linea S, un giovane dal collo lungo e con un cappello floscio, litiga con un altro passeggero che a suo dire non perde occasione per pestargli i piedi. Abbandona però immediatamente la discussione per lanciarsi su un posto lasciato vuoto. Due ore più tardi, quello stesso giovane si trova davanti alla stazione di Saint Lazare e parla con un amico che gli consiglia di diminuire la sciallatura del suo soprabito facendo aggiungere un bottone da una bravo sarto. Subito appresso, a rivelare il meccanismo che sarà proprio di tutto lo spettacolo, ecco la riproposizione di questa stessa trama in varie lingue straniere, imitate in versione maccheronica.
Esercizi di stile è infatti una serie di 99 variazioni dello stesso racconto, originariamente scritta dall'autore francese Raymond Queneau nel 1947, portata poi in scena in Francia e successivamente in Italia dove, a partire dal 1989 il successo ha garantito a questo spettacolo ben vent'anni di repliche. Le versioni della storia che i tre attori mettono in scena a tutt'oggi sono circa 60, dopo che negli anni lo spettacolo è stato limato togliendo alcune parti fino ad arrivare alla forma ottimale.

Per una mentalità abituata al concetto di originalità, a pretendere sempre nuovi intrecci e nuovi finali, sembra incredibile che la ripetizione della stessa trama per sessanta volte possa non essere noiosa; eppure è così. Anche se non tutte le variazioni sono ugualmente divertenti e alcuni tra le primissime durano appena più del dovuto, perdendo così un po' della loro incisività, bastano pochi minuti affinché lo spettacolo prenda il volo.
La rappresentazione diventa vivace e coinvolgente e si assesta su un ritmo serrato riuscendo a far scorrere un'ora e mezza in un lampo, tra molti applausi e risate.
Oltre alla velocità della recitazione, anche l'avvicendamento degli attori sul palco è un meccanismo perfettamente oliato che li vede sparire e riapparire come per magia con accessori di scena sempre diversi che, sovrapposti alla neutra divisa bianca, caratterizzano la miriade di personaggi messi in scena.
C'è di tutto nella galleria preparata per il pubblico: dai tre anziani che discutono e si interrompono a vicenda, al quiz con due concorrenti bislacchi e spassosissimi, dal macho all'insicuro, dall'intellettuale al volgare, dal lezioso al romanaccio, passando per molti altri dialetti e caratterizzazioni, sia di personaggi che di linguaggio.
Non mancano poi varie forme cantate e una serie di espedienti drammaturgici: il racconto viene infatti compresso o allungato, da un lato riducendolo a poche parole o gesti essenziali, dall'altro ricamando sui dettagli della storia o narrandola da differenti punti di vista. L'alchimia tra gli attori è perfetta e rodata e lascia spazio anche all'improvvisazione che interviene a gestire gli errori occasionali, rendendo il tutto ancora più divertente per il pubblico perché mostra il piacere degli interpreti, presi nel gioco del loro recitare.
Interpreti dei quali non si può non ammirare la versatilità, di pari livello in tutti e tre, anche se a brillare per espressività del corpo e della voce è soprattutto l'elemento femminile del trio. La grinta e l'energia di Ludovica Modugno, la stessa che si ritrova incontrandola fuori dalle scene, fa emergere distintamente tutti i personaggi che interpreta.

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Dicembre 2009



Al Festival Internazionale del Film di Roma un documentario presenta Riccardo Dalisi
Latta e cafè: un'occasione (riuscita solo in parte) per conoscere una figura affascinante del design italiano

All'interno della sezione L'altro cinema/Extra, il Festival Internazionale del Film di Roma presenta Latta e cafè, un documentario su uno dei maggiori designer italiani, Riccardo Dalisi. Proiettato a Villa Medici, il film è stato realizzato dal regista Antonello Matarazzo con la collaborazione dello studioso Bruno di Marino.

Realizzare un documentario su un personaggio significa mettere al centro del proprio progetto il soggetto che si è scelto di raccontare, adattando a questo tutto il proprio lavoro.
In Latta e cafè del regista Antonello Matarazzo, questo accade solo in parte.
Se infatti il linguaggio sperimentale adottato si potrebbe in teoria interpretare come un tentativo di riflettere la poliedricità del lavoro di Riccardo Dalisi, alla resa dei conti il gioco non vale la candela.
Proprio l'approccio sperimentale del lavoro e le stravaganze del linguaggio utilizzato finiscono per soffocare la figura che ci si proponeva in principio di raccontare.
L'impressione è che il regista si sia lasciato prendere la mano e, nel tentativo di costruire un racconto ironico e con una sensibilità di montaggio un po' alla Blob, abbia finito per mettere in ombra l'elemento più interessante: il lavoro e le parole di Riccardo Dalisi.

Questa figura, così umana e positiva, brilla infatti di luce propria, nonostante tutto.
Lo spettatore è colpito innanzitutto dalla sua capacità di inventarsi idee e opere d'arte utilizzando materiali umili, di recupero, come latta, rame, ferro.
Dalle sue mani pazienti e abili sono nati una miriade di personaggi e oggetti, molti dei quali affollano il suo studio, uno scrigno zeppo di cose da scoprire.
Alcune riprese amatoriali dall'aspetto datato ci raccontano poi l'attività in campo sociale che Dalisi ha portato avanti nella sua città d'adozione, Napoli, a partire dagli anni '70. Lavorando con bambini e ragazzi ma anche con adulti della sua città, questo designer si è costantemente impegnato in progetti capaci di incidere positivamente sulla realtà attorno a lui. Tutto questo, assieme alla sua attività di progettista e alla sua capacità di mettersi in gioco grazie ad un lato infantile quanto puro, mantenuto dentro di sé nonostante l'età, suscitano uno spontaneo senso di ammirazione.
Pensiamo a quante cose si potrebbero imparare da un uomo come questo, un designer, architetto e docente universitario, appassionato della vita in generale e della conoscenza nelle sue forme più disparate, dalla matematica, alla poesia, alla filosofia.
E non riusciamo a non pensare che un documentario dall'impianto classico, pur se con qualche rivisitazione sperimentale, gli avrebbe reso molta più giustizia, permettendo al pubblico di imparare di più dalle sue parole e dalle sue opere.

Come se si trattasse di un destino crudele, il pubblico è stato privato delle parole di Riccardo Dalisi, presente in sala alla proiezione a Villa Medici, anche dal vivo.
Al termine del film infatti, saliti al tavolo degli oratori Dalisi, il regista e un altro paio di collaboratori al film, questi ultimi sono stati del tutto posseduti dall'ebbrezza che un microfono e un pubblico sanno dare alle personalità egocentriche, togliendo la parola a chi ha avuto il garbo e la classe di non reclamare ciò che gli sarebbe spettato di diritto.
Usciti dalla sala con più di una punta di amarezza, non possiamo che sperare di avere in futuro ulteriori occasioni per conoscere meglio la figura e il lavoro di Riccardo Dalisi.

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Novembre 2009



A thousand year song of baobab di Seiichi Motohashi
Un'intera sezione dedicata ai temi dell'ambiente al Festival Internazionale del Film di Roma

Proiettato nell'ambito del Festival Internazionale del Film di Roma, il film di Seiichi Motohashi A thousand year song of baobab fa parte della sezione Occhio sul mondo, dedicata ai temi dell'ambiente. Inserita nel calendario di incontri e documentari la pellicola, uscita finora soltanto in Giappone col titolo Baobabu no kioku, è stata presentata alla presenza del regista nella splendida cornice di Villa Medici.

Le immagini del film ci portano in Senegal e la prima cosa che mostrano è il profilo nodoso di un albero di baobab. Proprio questa forma scolpita e irregolare ha affascinato il regista giapponese Seiichi Motohashi, portandolo fin qui. In questo paese l'albero di baobab viene rispettato perché la popolazione crede che in esso viva lo spirito dei morti. Il progresso sta avanzando anche in questa regione del mondo e la necessità di costruire e trasformare il paesaggio ha portato, nelle zone vicino alla capitale, ad abbattere molti di questi alberi.
100 km a est di Dakar, però, nel villaggio di Touba Toul non solo gli abitanti rispettano i baobab ma ne venerano uno in particolare: un esemplare grande e possente, circondato da un recinto che delimita un'area sacra.
È qui che lo spirito del baobab viene ringraziato annualmente per il buon raccolto dei campi e interpellato ogni volta che qualcuno ha un problema.
Testimone silenzioso della vita dell'uomo da centinaia di anni, il baobab è il centro attorno a cui ruota tutta la vita di questo villaggio.

Motohashi ce ne racconta le dinamiche in un documentario che, secondo le sue parole, ha registrato gli eventi senza bisogno di ricostruirli. Seguiamo così un ciclo completo di attività agricola, dal raccolto alla nuova semina del miglio e delle arachidi, dalla stagione secca a quella delle piogge.
In parallelo scorrono le fasi di vita dei numerosi baobab che circondano il villaggio: l'albero germoglia, fiorisce e poi produce i suoi frutti ed è utile all'uomo in un'infinità di modi.
È prima di tutto una fonte di nutrimento, attraverso le giovani foglie, macinate in una polvere da mescolare al miglio e anche attraverso i frutti, la cui polpa può essere mangiata o spremuta per ottenere un succo.
L'albero fornisce poi materie prime molto utili: con le fibre della sua corteccia si possono intrecciare corde resistenti. Inoltre, il baobab cura l'uomo, coi suoi rami, le radici, la corteccia ma soprattutto grazie al suo spirito, invocato dagli sciamani durante i loro rituali di guarigione.

Il villaggio, estremamente decoroso, vive così la sua vita in simbiosi con la natura e in quasi totale autosufficienza; nessuno qui si sente povero perché, dice il regista, nessuno va a dormire senza aver mangiato ogni giorno.
Per una volta dunque, ci viene mostrato un angolo di Africa non per denunciare una situazione di povertà ma per portare l'esempio di uno stile di vita che rispetta la natura, di un legame simbiotico con la madre terra che in Occidente da troppo tempo abbiamo perso e oggi cerchiamo, forse inutilmente, di recuperare.
Le questioni che il regista si pone attraverso il film sono proprio queste: l'uomo è da millenni sulla Terra e per molto tempo ne ha rispettato l'equilibrio ma di recente ha sviluppato le sue tecnologie ed esteso le sue attività fino a prendere il sopravvento sulla natura e sulle altre specie viventi; oltrepassando il limite dei cicli naturali, ha spezzato un delicato equilibrio. Può la memoria del baobab, testimone della vita dell'uomo da centinaia di anni, dirci quando questo è accaduto, che cosa abbiamo perso ma soprattutto, come sarà la nostra vita nel futuro?

Di fronte all'avanzare del progresso, che porta anche nel villaggio una televisione e qualche cellulare, il potere della natura in questo paese resta comunque presente: il regista racconta che in Senegal per costruire una strada dove si trova un baobab è necessario girargli attorno oppure pazientare, anche per dei mesi, affinché uno sciamano interrogando lo spirito dell'albero, riceva il suo consenso a lasciare un posto che occupa da cinquecento o mille anni.
Il racconto corale del film, ben congegnato anche se un po' lento, si concentra in particolare su Modou, un bambino di 12 anni che vorrebbe frequentare la scuola ma molto più spesso è costretto a lavorare per aiutare la famiglia.
Il tema dell'istruzione è in questo contesto la chiave per le possibilità future dei bambini del villaggio, ma si scontra con le necessità del lavoro agricolo che permette alle famiglie di essere autosufficienti; questa è forse la contraddizione più evidente che emerge dal film, il quale si sforza di non cadere in una visione totalmente ingenua e utopista.
Alla fine della visione restiamo con la speranza che l'istruzione possa dare a queste nuove generazioni gli strumenti per decidere, pur migliorando le loro condizioni di vita, di conservare ciò che hanno e che noi abbiamo ormai perso: un rapporto con la madre terra che vale, nell'opinione del regista, molto di più di tutto ciò che il progresso ha fatto guadagnare all'Occidente.

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Novembre 2009



FUTURISMO 1909 – 2009
Dagli archivi di Cinecittà Luce, quattro documenti storici in DVD

Sono passati cento anni dalla pubblicazione del Manifesto del Futurismo e l'Italia ha colto l'occasione per organizzare una serie di esposizioni ed eventi che raccontano questo movimento d'Avanguardia di inizio '900.
In questa cornice si inserisce anche l'iniziativa di Cinecittà Luce che ha deciso di pubblicare in DVD alcuni materiali estratti dal suo archivio.
Si tratta di tre documentari sul Futurismo, realizzati tra gli anni '70 e '90, più un breve film del 1933 di Corrado d'Errico, una sperimentazione cinematografica futurista.
Il primo documentario è il più lungo e corposo: in 52 minuti il regista indipendente Vittorio Armentano cerca di darci un quadro generale del movimento futurista, in tutti i suoi aspetti.
Partendo dalla fondazione letteraria e soffermandosi a lungo sulla pittura, vengono toccati poi anche tutti gli altri ambiti culturali del movimento, dalla scultura al teatro passando per le parole in libertà. Viene affrontato anche il delicato tema del rapporto del Futurismo con la politica, fino ad esplorare le ricadute a livello di influenze internazionali di questa corrente innovatrice.
Per quanto ampio e ricco di informazioni, questo primo brano documentario non può essere considerato un prodotto prettamente divulgativo: la specificità del linguaggio unita alla disinvoltura con cui si passa dalle opere di un artista all'altro, indicano che ci si sta rivolgendo ad un pubblico già istruito in proposito.
Un pubblico che attraverso questo documentario ha l'occasione di vedere alcune opere meno conosciute dei pittori futuristi delle quali il regista ci porta a scoprire i più minimi dettagli. Il secondo documento della regista Gisella Pagano è un breve racconto delle fasi attraversate dall'opera di Carlo Carrà, dal Futurismo alla Metafisica fino alla definizione di un linguaggio pittorico autonomo, narrato dal figlio Massimo.
Molto breve è anche il terzo documento che racconta l'evoluzione artistica dell'unico esponente dell'architettura futurista, Antonio Sant'Elia, mostrandoci più di quello che in genere si vede di lui nei libri di storia dell'arte.
Attraverso schizzi e progetti, vediamo l'evoluzione da una prima fase in cui Sant'Elia subisce l'influenza dell'architettura della Secessione viennese, fino a quando i suoi bozzetti abbracciano la moderna estetica futurista.
In ultimo il DVD ci presenta Ritmi di stazione, di Corrado d'Errico, testimonianza dell'influenza delle idee futuriste su artisti della generazione successiva che hanno cercato di rappresentare il dinamismo della vita moderna attraverso lo strumento del cinema, a cui gli stessi futuristi avevano dedicato uno dei loro manifesti.
In questo caso è la stazione ad essere presa come luogo emblematico del ritmo e delle macchine che dominano la vita moderna.
La riproposizione di questi materiali d'archivio si presenta con una buona qualità video, grazie all'opera di restauro e digitalizzazione in alta definizione, anche se è l'audio a presentare di quando in quando alcuni piccoli salti.
Il DVD FUTURISMO 1909 – 2009 sarà distribuito in tutte le librerie italiane, con la possibilità di una successiva uscita in edicola.
Luglio 2009



La casa sulle nuvole di Claudio Giovannesi
Giovannesi e la ricerca della libertà

Partiamo dal titolo: La casa sulle nuvole. Letto assieme all'immagine promozionale, nella locandina del film, senza sapere niente di più, questo titolo trasmette un'idea di libertà, di ricerca e di distacco dalle convenzioni.
Questa condizione è in qualche modo quella a cui approdano i personaggi del film alla fine del loro viaggio: un senso di legame umano e di radici non legato ad un luogo né a dei ruoli prestabiliti ma riconquistato al di fuori di queste strutture, partendo solo da se stessi.
La storia comincia a Roma dove vivono Michele e Lorenzo Raggi, due fratelli, uno sui trenta e uno sui vent'anni.
Lorenzo suona nei locali notturni mentre Michele alleva numerosi cani nella loro grande casa fuori città. Un giorno però i due fratelli vengono avvisati che la casa in cui vivono è stata venduta dal suo proprietario, Dario Raggi. Scoprono così che il padre che li aveva abbandonati molti anni prima e di cui non avevano più avuto notizie è ancora vivo e si trova a Marrakech.
Inizia allora per i due fratelli un viaggio in Marocco alla ricerca di questo padre assente.
Mai con un tono eccessivamente drammatico ma spesso stemperato dall'ironia del personaggio concreto e pragmatico di Michele, interpretato da Adriano Giannini, il film ruota proprio attorno al tema di questo rapporto tra genitore e figli.
I due fratelli all'inizio del film possono essere considerati una famiglia più che altro perché vivono nella stessa casa, visto che i rapporti tra di loro non sono particolarmente stretti. Proprio la perdita della casa è ciò che sconvolge la loro vita e il suo recupero diventa la cosa più importante per loro, soprattutto per Michele, il maggiore dei due.
Arrivano ad un punto però in cui questo luogo fisico perde la sua importanza e proprio in questo momento diventano davvero una famiglia, stringendo un legame profondo non più legato ad un edificio o ai loro ruoli ma ad un'accettazione reciproca e profonda, soprattutto rispetto alla ritrovata figura del padre.
Passano insomma dal possedere una casa ad acquistare il loro senso di appartenenza e di radici pur trovandosi in luogo sperduto e senza avere più un domicilio a cui tornare, come se la loro casa potesse davvero stare dovunque, anche sulle nuvole perché si tratta ormai di un sentirsi a casa. In questo senso possono essere interpretati il titolo e anche il finale, estremamente aperto e poetico più che ragionevole e concreto.
C'è in effetti nella storia e soprattutto nel personaggio di Lorenzo, forse quello che più rappresenta nel film un alter ego del regista, un lato sensibile e un po' ingenuo, molto ottimista nei confronti della vita. In lui infatti si incarna l'idea espressa dalle parole del regista Claudio Giovannesi, un giovane autore acuto e cordiale, al suo primo lungometraggio: imparare ad accettare i propri genitori per quello che sono, smettendo di giudicarli, è parte del processo di maturazione dell'individuo.
Il fratello minore, Lorenzo, sembra in effetti del tutto sopraffatto dalla voglia e dalla felicità di poter conoscere un padre che ha abbandonato la sua famiglia molti anni prima. Riflettendoci a freddo possiamo cercare di metterci nei suoi panni e capire il suo desiderio di colmare il vuoto di questa figura paterna anche se durante la visione del film la posizione che lo spettatore sposa più volentieri è indubbiamente quella del risentito figlio maggiore.
Il suo pugno in faccia al padre quando i due si confrontano per la prima volta non può non suscitare un moto di intima soddisfazione.
Il personaggio del padre, infatti, sembra fatto apposta per suscitare repulsione, soprattutto nella prima parte del film: è un uomo che ha abbandonato una vita borghese che gli stava stretta per vivere in un posto esotico dove inseguire dei sogni come quello di fare affari o diventare un artista ricco dall'oggi al domani.
Una tipologia di personaggio individuata dal regista, assieme agli sceneggiatori del film, proprio attraverso una lunga ricerca condotta in Marocco, paese rappresentato nel film come un luogo molto ospitale e accogliente nei confronti degli stranieri, in cui la il modello dominante di famiglia è un nucleo estremamente compatto e solido.
Da segnalare infine la colonna sonora, scritta dal regista assieme ad Enrico Melozzi: molto bella e ben studiata, accompagna il progredire della storia cambiando di tono in accordo con lo sviluppo della narrazione.
Maggio 2009



Tony Manero di Pablo Larrain
Nel Cile di Pinochet, un uomo sogna di essere Tony Manero
Per realizzare il suo sogno Raùl non si ferma davanti a niente

Guardando la locandina di questo film ci si aspetta qualcosa che nella pellicola inizialmente sembra non esserci.
In realtà, quell'immagine ci introduce molto bene nel mondo di illusione in cui vive il protagonista della storia. Il Tony Manero che vediamo è infatti Raùl, un uomo sulla cinquantina che vive a Santiago del Cile alla fine degli anni '70.
Il vestito bianco è quello che conserva come un tesoro e la mirroball che luccica dietro di lui è in realtà un pallone ricoperto dalle schegge di uno specchio.
Raùl sembra vivere soltanto per impersonare il suo idolo: il personaggio interpretato da John Travolta nel film La febbre del sabato sera. Davanti alle immagini di quella pellicola, guardate per l'ennesima volta nella sala cinematografica vuota, può commuoversi e suscitare quasi un po' di tenerezza per la forza con cui si aggrappa ad un mondo che col suo non ha nulla a che vedere.
Subito dopo però, allo spettatore arrivano come uno schiaffo in faccia la ferocia e la brutalità di cui scopriamo capace Raùl, ogni volta che gli si presenta un'occasione di accelerare il percorso verso la sua trasformazione in Tony Manero.
Il suo primo obbiettivo è lo spettacolo messo in scena in uno squallido bar assieme ad alcuni compagni di ballo che compongono una pseudo famiglia, ma l'ambizione principale che lo muove è un concorso televisivo per sosia di personaggi famosi.
Questa è l'unica cosa che gli interessa, l'unica cosa davvero importante per un personaggio che sembra essere del tutto scollato dalla realtà in cui si trova immerso tanto è preso dal suo mondo interiore e dalle immagini dello schermo.
Raùl parla pochissimo, interagisce con le persone vicino a lui quel tanto che è essenziale e niente più. Eppure si rende conto della realtà che ha attorno, visto che nel Cile della dittatura di Pinochet, in cui i soldati pattugliano le strade e la sera scatta il coprifuoco, Raùl si aggira per le vie quasi deserte con circospezione, di fretta, sempre in allerta.
Ma questa realtà opprimente e violenta il protagonista sembra soltanto subirla: i tentativi di opposizione, i volantini clandestini, molto spesso scoperti e repressi col sangue dalla polizia politica, non riguardano Raùl, tranne nei casi in cui gli permettono di approfittarsene e guadagnare denaro per realizzare il suo sogno.
Il finale del film resta ambiguo: non siamo portati a credere che un personaggio del genere possa ritrovare il contatto con la realtà ma immaginiamo piuttosto che Raùl continuerà a perseguire ciecamente il suo scopo, agendo come un alienato, incurante di ciò che gli accade attorno. Il film, estremamente crudo, diretto ed inquietante nella sua brutalità, lascia lo spettatore senza parole, sovrapponendo alla violenza del Cile di Pinochet quella dell'uomo comune.
gennaio 2009



Vuoti a rendere di Jan Sverák
Non è mai troppo tardi per reinventare se stessi
L'amore e la ricerca di ciò che ci rende felici visti dai sessant'anni

Josef vive a Praga, ha 64 anni e fa l'insegnante in un liceo.
Alle prese con una classe di alunni che non lo rispetta granché, Josef capisce che insegnare non lo rende più felice e così, dopo l'ennesima occasione in cui perde il controllo della situazione di fronte ad uno studente poco disciplinato, decide di lasciare il suo lavoro.
Comincia in questo modo la storia di Vuoti a rendere, un film divertente e intelligente che si svolge sullo scenario di una Praga che, da un gelido e nevoso inverno, si scioglie in una calda estate, come se partecipasse al percorso del protagonista che durante quei mesi fa rifiorire la sua vita. Josef infatti, decide di trovare altre occupazioni oltre alle passeggiate nei giardinetti tipiche dell'età della pensione e sfida anche i limiti della sua età, raccogliendo l'ovvia disapprovazione della famiglia.
Dopo aver provato a fare il corriere espresso che consegna buste girando per la città in bicicletta, trova posto in un supermercato come addetto al ritiro delle bottiglie di vetro riconsegnate dai clienti. È qui che, affacciato dall'apertura che collega il suo retrobottega al supermercato, attraverso l'interazione con la clientela e coi suoi colleghi, attorno a Josef si crea un piccolo mondo e lui diventa quasi un punto di riferimento per gli avventori del negozio, una variegata e divertente galleria di personaggi.
Al centro di tutto c'è l'amore: Josef gioca un ruolo da Cupido in diverse situazioni, trovando un nuovo partner anche per la figlia, una trentenne con un bambino piccolo, lasciata dal marito che l'ha tradita. Curiosamente, in questo confronto tra generazioni, è proprio la figlia ad apparire molto più fragile e con le idee confuse rispetto al genitore sessantenne che mantiene alto lo spirito ed è pronto ad affrontare nuove sfide.
E l'amore riguarda anche lui perché, tra gli altri temi, il film parla anche del rapporto con il sesso di persone non più giovanissime come Josef, senza moralismo né volgarità, calcando soprattutto sulle immagini dei sogni che lo fanno rigirare nel letto di notte.
Proprio il delicato momento del passaggio da una fase all'altra della vita che il protagonista sta affrontando, è l'aspetto del film che più fa riflettere.
Non solo il cambiamento radicale in cui si passa dal lavoro alla pensione, quando quello che ti ha occupato per una vita intera finisce ed è necessario che ci siano altre cose a dare senso alle giornate ma anche quella fase della vita di coppia in cui i figli sono cresciuti e ci si chiede se l'amore possa essere lo stesso di quarant'anni prima.
Attraverso sogni, flirt e occasioni mancate, la riflessione, sfuggendo dai luoghi comuni sul tradimento e la fedeltà, è proprio questa: come è possibile per l'amore sopravvivere ad un'intera vita passata insieme. E la risposta del film è forse proprio in un'evasione compiuta più nella fantasia che nella realtà, così innocua che è quasi impossibile condannarla.
Nei battibecchi con la severa moglie, non possiamo non sorridere di fronte ai bollori e alle bugie di Josef, augurandoci, per il bene della coppia, che le sue fantasie non diventino realtà.
gennaio 2009



Stella: l'emozione di avere undici anni
Dai ricordi d'infanzia della regista, un anno di scuola media nella Parigi del 1977

A volte un film può toccare delle corde così profonde da emozionarci potentemente ed è quello che succede in questo caso grazie al tenero volto di Stella, la protagonista undicenne dell'ultimo film di Sylvie Verheyde.
Guardandola sullo schermo qualcosa in ognuno di noi si risveglia perché tutti abbiamo avuto quell'età e vissuto esperienze simili alle sue; peccato che la maggioranza degli adulti dimentichi poi molto in fretta cosa si prova ad avere undici, sedici o vent'anni diventando incapace di comprendere cosa provano i loro figli.
Sylvie Verheyde che ha scritto il film basandolo in gran parte sulla sua esperienza autobiografica, sembra non aver dimenticato affatto la sensazione degli undici anni e, complice l'eccezionale interpretazione della piccola Léora Barbara, riporta sullo schermo la sua infanzia.
In particolare racconta un anno preciso della sua vita, in cui frequenta la prima classe in una scuola media di prestigio pur essendo cresciuta in un bar alla periferia di Parigi.
Siamo nel 1977 e ce ne accorgiamo soprattutto grazie ai costumi e alle canzoni della colonna sonora; per il resto non c'è niente che ci parli del contesto sociale dell'epoca.
La storia è tutta raccontata dal punto di vista di Stella, infatti, per la quale il mondo consiste quasi esclusivamente dei due ambienti in cui ogni bambino si forma: la famiglia e la scuola. Nel suo caso, due modelli che non potrebbero essere più lontani e che nel film cozzano di continuo in violenti stacchi di montaggio, dando la precisa sensazione della completa mancanza di riferimenti stabili che Stella si trova a vivere.
Da una parte, il bar di periferia di proprietà dei suoi genitori con l'alcool, il fumo, le partite a carte, la musica fino a tardi, le risse, il flipper e il juke-box.
Dall'altra, la scuola frequentata da ragazzi per bene, ben vestiti, l'ambiente ordinato, luminoso, gli insegnanti severi e il banco vuoto accanto a lei.
Stella, per lo più lasciata a se stessa o cresciuta tra le attenzioni degli avventori fissi del bar, a scuola non trova nulla che abbia a che fare con quello che ha conosciuto fino a quel momento. Sa tutto di flipper, carte, cocktail e anche di come nascono i bambini, ma niente delle cose che servono a scuola.
Le servirà del tempo per trovare un punto di contatto che le permetta di inserirsi in questo mondo così diverso da quello da cui proviene; lo troverà infine nell'amica Gladys e nella lettura di alcuni libri, particolarmente cari alla giovinezza della regista.
I temi messi in campo da questo film sono molti. Primo fra tutti quello che stava più a cuore alla regista stessa: raccontare la scuola, l'esperienza di un'alunna con molte difficoltà e l'importanza della cultura come elemento di svolta nella crescita dell'individuo.
Proprio questo è ciò che è successo a Sylvie Verheyde che con questo film ha voluto dare il suo punto di vista in un momento in cui in Francia ci si è trovati a discutere molto sull'istruzione, fino ad ipotizzare di reintrodurre le classi separate per maschi e femmine.
Se nella classe di Stella non ci sono alunni di differenti etnie il tema della diversità, oggi sempre più al centro delle discussioni, è comunque presente nelle differenze sociali che fin dal principio rendono Stella un'emarginata.
Ma in questo, come forse in molti altri casi, la risposta del film è che il modo di superare queste barriere esiste ed è alla portata di tutti.
Fondamentale per la riuscita del film è stata la presenza di Léora Barbara nel ruolo di Stella: scelta alla prima settimana di casting dalla regista, colpita dalla sua determinazione e dalla sua spontaneità, tra le due si è instaurato un forte legame di fiducia che ha permesso a Léora di affrontare il personaggio facendolo suo.
Una storia scritta a partire da spunti autobiografici, passato attraverso le inevitabili manipolazioni del caso, ha assunto quindi un più ampio respiro, staccandosi dal legame con la vita della regista e infondendo vita propria al personaggio di Stella.
Più di tutto il resto, infatti, quello che emerge con forza è proprio il sentimento degli undici anni di questa ragazzina, incarnato nella freschezza della giovanissima attrice sulla cui interpretazione si basa egregiamente l'intero film.
L'emozione che ci trasmette è forte e guardando se stessi, improvvisamente, si è portati a prendere consapevolezza della propria età, sperimentandone la sensazione prima che gli anni passino portandocela via.
L'energia che si sprigiona dal suo viso ci fa pensare che, impegnati come siamo a dare senso allo scorrere del tempo riempiendolo di cose ed eventi, finiamo forse in realtà per perderlo, non facendo caso al colore di sfondo, al sentire legato ad ogni età della vita.
Presentato alla scorsa edizione della Mostra del Cinema di Venezia, nell'ambito delle Giornate degli Autori, il film ha conquistato Nanni Moretti che, attraverso la Sacher Distribuzione ne ha curato l'uscita italiana.
Gli spettatori del film nelle città di Roma, Milano e Bologna avranno la fortuna di poter vedere una delle tre copie originali, con sottotitoli in italiano e apprezzare così l'impasto che si crea tra le canzoni francesi della colonna sonora e la recitazione degli attori, mentre nelle altre città d'Italia il film uscirà doppiato.
Proprio dalla colonna sonora di titoli francesi degli anni '70, spicca e un po' stona la presenza di Ti amo di Umberto Tozzi, amore confessato dalla regista in conferenza stampa a cui, se pure possiamo perdonarla nella prima scena in cui compare, dobbiamo necessariamente rimproverarle il bis nella scena di poco successiva.
dicembre 2008



Lynch (one): ritratto d'artista e della sua creatività totale
Un documentario ci racconta David Lynch alle prese con INLAND EMPIRE

Presentato all'edizione 2007 del Torino Film Festival, il documentario LYNCH (one) è stato proiettato in anteprima anche a Roma, in occasione di n[ever]land, festival di cinema digitale tenutosi alla Casa del Cinema.
Girato da un fotografo di moda che si cela sotto lo pseudonimo di BlackANDwhite, il documentario, acquistabile online nella versione DVD, è un'ottima occasione per gettare uno sguardo ravvicinato sul lavoro del regista.
Per realizzarlo, il documentarista ha passato circa due anni assieme a David Lynch, durante la preparazione del suo ultimo film, INLAND EMPIRE, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia del 2006.

Le immagini del documentario permettono di seguire la nascita di questo film, girato tutto in digitale e portato avanti da Lynch come un esperimento, scrivendo le scene giorno per giorno.
Lo sguardo della telecamera, spesso fissa e poggiata a terra, diventa un occhio indiscreto che spia il lavoro del regista, permettendo allo spettatore di stabilire un senso di intimità come raramente accade rispetto ai grandi autori.
Siamo con Lynch mentre telefona a Jeremy Irons, prepara i video messaggi per gli utenti della community del suo sito, discute con i suoi collaboratori e fuma riempiendo di cicche il pavimento del suo ufficio.
Lo accompagniamo in Polonia a visitare edifici industriali abbandonati che fotografa emozionandosi entusiasta alla vista dei macchinari, delle tubature e dell'atmosfera che regna, fredda e lugubre. Siamo con lui anche sul set delle riprese di INLAND EMPIRE, mentre sgrida alcuni collaboratori e spiega le scene ai suoi attori, tra cui Laura Dern, interprete dei film di Lynch già dall'epoca di Velluto Blu e Cuore selvaggio.

Ma se tutto questo può non stupirci più di tanto, quello che davvero è affascinante è vederlo impegnato nelle più diverse attività.
L'artista/artigiano David Lynch è sempre con le mani in pasta, spesso sporche di colore, inginocchiato a terra a preparare sfondi e scenografie per i ciak del suo film o impegnato a costruire con il legno.
Gli unici momenti nei quali questa attività febbrile si placa sono le sue meditazioni, una pratica che Lynch ha cominciato più di 30 anni fa e che gli permette di tuffarsi in un mare interiore di creatività da cui torna con le idee da realizzare nelle sue immagini.

Ecco dunque che, accanto alle attività quotidiane e al racconto di aneddoti di vita vissuta, quello che emerge da LYNCH (one) è soprattutto il processo creativo nel suo compiersi, costellato di dubbi, esitazioni e momenti di incertezza sul da farsi.
Nel complesso, dunque, il documentario si presenta come un riuscito, per quanto inevitabilmente parziale, ritratto d'autore. Possono anche non piacerci i film di David Lynch ma questo non ci impedisce di apprezzare uno sguardo così intimo su un autore di cinema dal valore largamente riconosciuto.
Soprattutto, accompagnarlo dietro le quinte delle sue creazioni può aiutarci a capire un po' di più qualcosa che potremmo finora non aver apprezzato granché influenzandone, chissà, le future visioni.

www.lynchdocumentary.com

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Dicembre 2008



MAX PAYNE, di JOHN MOORE
Dal videogioco allo schermo, un poliziotto in cerca di vendetta
Azione, armi e allucinazioni in una poco originale New York da fumetto

Sullo sfondo di una metropoli buia e fredda, in cui quando non nevica piove, Max Payne è un poliziotto che cerca la sua vendetta.
Con uno stile visivo negli esterni che ricorda l'atmosfera di Sin city e scene d'azione che, pur tentando di distanziarsene, non possono non farci pensare a Matrix, questo film si presenta come un thriller con tante armi e un discreto intreccio.
Max Payne è un detective a cui un evento drammatico ha cambiato la vita: l'omicidio della moglie e del figlio neonato durante quella che a prima vista sembra la rapina di tre tossicodipendenti.
Da quel giorno, lo scopo della sua vita è trovare l'unico sopravvissuto tra gli aggressori della sua famiglia ed è per questo che si muove negli ambienti malfamati di New York, alla ricerca di qualche traccia. Arriverà a scoprire nientemeno che il coinvolgimento nella vicenda di una grande casa farmaceutica, incaricata dal governo di sperimentare una droga che renda più forti i soldati mandati in guerra.
Tratto da un omonimo videogioco di successo uscito nel 2001, il film è stato criticato alla recente presentazione in anteprima al Lucca Comics proprio riguardo al rapporto con la sua origine videoludica. In effetti, anche non avendo esperienza del videogioco in questione e non potendo cogliere quindi le specifiche differenze, è facile accorgersi di come ben pochi elementi nel film denunciano questa parentela.
Si ha piuttosto la sensazione di un generale richiamo visivo al mondo del fumetto e di un impasto di trame e suggestioni di film precedenti. Infatti, anche se il film mantiene un buon ritmo e riesce a non essere completamente prevedibile nella trama, resta costante nello spettatore la sensazione del “già visto”.
L'aspetto forse più originale e di sicuro il più riuscito è la resa visiva delle allucinazioni causate, come effetto collaterale, dalla potente droga: grandi creature alate, inizialmente suggerite come una presenza soprannaturale che Max deve fronteggiare, in sequenze di grande impatto visivo, ai limiti del genere fantasy.
Molto più debole è invece il lato emotivo della storia: anche se il protagonista è chiaramente un eroe di cui comprendiamo il dramma umano, la recitazione monoespressiva dell'attore, Mark Wahlberg, rende molto difficile un'immedesimazione con i suoi sentimenti.
In questo senso possiamo dire che Max Payne ricordi davvero un videogioco: la sua espressione con le ciglia costantemente aggrottate ha la sinteticità e la grossolanità di quei personaggi 3D non molto sofisticati nella resa delle espressioni del viso.
novembre 2008



Peter Greenaway di nuovo alle prese con il dipinto La ronda di notte
Il suo documentario, Rembrandt's J'accuse presentato al Festival Internazionale del Film di Roma

Film d'apertura della sezione L’Altro Cinema/Extra del Festival Internazionale del Film di Roma, Rembrandt's J'accuse è l'ultimo film del regista inglese Peter Greenaway. Dopo aver presentato al Festival di Venezia dello scorso anno il suo Nightwatching, Greenaway torna con un documentario che è in qualche modo l'altra faccia del film precedente.
In Nightwatching infatti il regista raccontava le vicende di Rembrandt van Rijn, noto pittore olandese del 1600, concentrandosi sul momento di svolta della sua vita quando, da artista ricco e famoso, passa ed essere povero e quasi cieco.
Ciò avviene attorno al 1642, anno in cui Rembrandt dipinge il quadro che conosciamo oggi con il titolo La ronda di notte.
Il quadro ritrae la milizia civica di Amsterdam guidata dal Capitano Frans Banning Cocq e si inserisce in una lunga tradizione di immagini su questo tema presenti nella pittura olandese. Il dipinto di Rembrandt non è però un semplice ritratto: contiene una precisa accusa del pittore ad alcuni componenti della stessa milizia, tra cui anche Banning Cocq. Questi sarebbero infatti gli autori di una congiura per uccidere il precedente capitano e ottenere così il comando della milizia.
Se in Nightwatching questa storia veniva raccontata attraverso un film di fiction in costumi dell'epoca, in Rembrandt's J'accuse potremmo dire che si procede a ritroso.
Il documentario parte infatti dal dipinto e, come in un'indagine, segue uno dopo l'altro gli indizi lasciati da Rembrandt per accusare i congiurati.
Proprio quest'atto d'accusa sarà la rovina del pittore: i cospiratori infatti faranno in modo di screditarlo, rovinandolo sia socialmente che finanziariamente per metterlo a tacere.
Inoltre il quadro verrà tagliato ai lati per poter essere collocato in una sala del Municipio, modificando così la sua composizione e celandone il vero significato.

Si può dire che Rembrandt's J'accuse riassuma i principali elementi della poetica di Greenaway, già espressi nella sua vasta filmografia di lungometraggi che partono dal 1980.
È lui stesso, nella veste di narratore, ad esporci all'inizio del film l'idea di base che caratterizza gran parte della sua produzione, come premessa al documentario che stiamo per vedere. Nella nostra società, fin da piccoli veniamo educati ad esprimerci a parole e perfezioniamo poi quest'abilità per tutta la vita; non altrettanto accade con le immagini, rispetto alle quali si può dire che rimaniamo analfabeti.
Secondo il regista anche il cinema soffre di questo limite che si traduce nel suo essere costantemente vincolato ad un'organizzazione narrativa; quello che abbiamo visto dalle sue origini fino ad oggi non è dunque vero cinema ma soltanto testo illustrato.
Greenaway concepisce dunque il cinema come arte visiva, secondo la profonda influenza della sua formazione come pittore. Un'influenza presente in ogni suo film, nel modo di comporre le inquadrature, nei riferimenti iconografici e anche nei temi; già ne I misteri del giardino di Compton House, del 1982, tutto ruotava attorno ad un artista e alle vedute del giardino che gli erano state commissionate, a causa delle quali finiva per cacciarsi involontariamente nei guai.
È perché siamo analfabeti dell'immagine, ci dice Greenaway, che non riusciamo a leggere i significati presenti nel quadro La ronda di notte.
Ecco dunque che è lui stesso in quanto narratore, ad accompagnarci per tutto il documentario, spesso sovrapponendosi all'immagine con il suo viso all'interno di un riquadro. Ci racconta i retroscena, sottolinea i gesti all'interno del dipinto, le scelte nell'uso della luce, nell'abbigliamento riservato ai vari personaggi, fino ad indicarci lo stesso Rembrandt in un volto nascosto dietro tutti gli altri.
Peccato che, nonostante la sua voce da narratore sia perfetta, nella versione sottotitolata per assurdo si riconferma una volta di più il dominio del testo sulla parola: le tante parole che lui usa per spiegarci l'immagine, nella forma di sottotitoli, distraggono lo spettatore proprio dall'aspetto visivo del film.
L'intero percorso tra i misteri dell'opera viene sviluppato utilizzando sovrapposizioni, split screen, testi e numeri sopra le immagini, tutti elementi usati nei suoi film precedenti per ricordare allo spettatore che si trova di fronte ad un prodotto di finzione.
Nel caso dei numeri, così come ad esempio in quello dei colori, siamo anche di fronte ad uno dei modi che il regista utilizza per organizzare il materiale cinematografico, volendo sottrarsi alla logica narrativa.
In Rembrandt's J'accuse la progressione attraverso gli indizi è scandita in maniera precisa proprio dalla numerazione che ci conduce per mano fino a svelare ben 31 dei 50 misteri presenti nel quadro. Nonostante un leggero calo di tensione per l'impegno di seguire attentamente tutti i dettagli, il fascino emanato dal dipinto resta grande, così come quello dell'intreccio che si dipana man mano. Il ritmo del film funziona al meglio soprattutto nelle sequenze che mescolano la fiction, con scene tratte da Nightwatching, al documentario, rendendo molto sottile il confine tra le due cose specie negli inverosimili interrogatori rivolti dal narratore ai personaggi dell'epoca.
Novembre 2008



Il resto della notte

Nella vita non è sempre tutto bianco o nero e spesso è necessario andare in profondità nelle storie delle persone per capire cosa li spinge ad agire. Potrebbe essere questo il messaggio di un film che si propone di non dare nessuna risposta allo spettatore ma solo di farlo riflettere affinché ognuno si faccia una sua idea di cosa è giusto e cosa è sbagliato.
Il secondo lungometraggio di Francesco Munzi, Il resto della notte, racconta una storia a più voci in cui le vicende di vari personaggi seguono strade parallele per poi ricongiungersi alla fine.
Il film è ambientato nel Nord Italia e tutto inizia nella villa di una facoltosa famiglia che licenzia la cameriera rumena, Maria, perché sospettata di aver rubato di un paio di orecchini.
Mentre nella villa tra marito e moglie emergono pregiudizi, paure e lati nascosti, Maria torna dal suo ex-fidanzato, un rumeno che vive in un piccolo e squallido appartamento di ringhiera, in un palazzo di periferia, assieme al fratello quindicenne, Victor.
Le loro vite si intrecceranno con quella di un italiano ex galeotto e cocainomane che cerca maldestramente di mantenere un rapporto con il figlio, un bimbo di otto anni che vive con la mamma e il suo nuovo compagno. Rispetto al quadro iniziale, in cui sembra facile distinguere tra buoni e cattivi, man mano si rivelano nuove sfaccettature dei personaggi, fino al culmine della storia, in una tragica notte che non lascerà nessuno indenne.
Il personaggio di Victor, un ragazzino solo e per nulla integrato nell’ambiente in cui vive, è quello su cui si concentra lo sguardo del regista all’avanzare del film, l’unico nel quale gli eventi producono un cambiamento interiore. Lui è il solo che, possiamo provare ad immaginare, dopo la parola “fine” proverà a cambiare davvero la sua vita.
Rappresentando la realtà con un linguaggio essenziale, senza esibire troppo il mezzo cinematografico e basando tutto sui personaggi, il film riesce nel suo intento di smuovere qualcosa all’interno dello spettatore: un dubbio, la sensazione che una storia simile a tanti episodi di cronaca nera sentiti in tv, non sempre sia come sembra o come ci viene raccontata. Il resto della notte centra il suo obbiettivo: mostrare la complessità del reale con la sua ampia gamma di sfumature che spesso ignoriamo, prendendo posizioni radicali da una parte e dall’altra mentre l’unica constatazione possibile è che il dolore, l’infelicità e la disperazione sono bipartisan.
giugno 2008



La Banda

Non sempre un imprevisto è per forza qualcosa di negativo; in questo film ad esempio proprio un imprevisto porta i protagonisti a vivere un’esperienza che li cambierà, regalando qualcosa ad ognuno di loro. Il racconto si svolge nell’attesa del concerto che la banda della polizia egiziana di Alessandria è stata invitata a tenere in una città israeliana. Non trovando nessuno ad attenderli all’aeroporto, i componenti della banda sbagliano destinazione e si ritrovano in una cittadina sperduta nel deserto d’Israele. Qui, accettando l’aiuto di Dina, padrona di un ristorante e di due suoi amici, vivranno una notte assieme a loro ed entreranno nelle loro vite. La prima cosa che colpisce è che per tutto il film vediamo questi otto musicisti con strumenti e valigie al seguito e con indosso le loro divise azzurre, dall’aria per un verso ufficiali e per l’altro appariscenti e fuori luogo. Andando in giro per la città il loro aspetto è sempre in bilico tra suscitare rispetto e far abbozzare un sorriso. La loro presenza è segnata all’inizio proprio dal contegno, accentuato dalle uniformi e dallo stare sempre in gruppo che li rendono evidentemente fuori posto, in contrasto con l’intimità delle vite quotidiane in cui sono piombati senza preavviso. Poi quest’aspetto ufficiale inizia a sciogliersi e dietro le uniformi emergono caratteri e storie personali di alcuni di loro. Ognuno, a modo suo, dall’incontro con una cultura e un mondo diverso, troverà qualcosa e si scoprirà diverso il giorno dopo. Il racconto è caratterizzato da un passo delicato e discreto verso il mondo personale dei personaggi e da lampi d’ironia che lo rendono anche un film che fa sorridere con intelligenza. Nel personaggio femminile principale, quello di Dina, il regista riflette il suo punto di vista rispetto alla cultura araba, soprattutto quello che corrisponde al suo ricordo di adolescente, quando ogni venerdì le famiglie israeliane guardavano i film egiziani trasmessi alla tv. Un rapporto profondo e importante che c’era tra Egitto e Israele, nonostante i rapporti tra questi due paesi siano sempre stati difficili, la cui perdita nel corso degli anni è guardata con rammarico da parte del regista. Rapporto che nel film è rappresentato attraverso un incontro totalmente positivo, anche se non mancano i momenti in cui ognuno torna a parlare la propria lingua senza più la possibilità di capirsi, ricordando lo scarto che c’è tra le due culture. Eran Kolirin, al suo primo film per il cinema, in veste di regista e sceneggiatore, aveva già scritto una sceneggiatura cinematografica premiata al Festival di Gerusalemme nel 1999 e scritto e diretto un film per la televisione nel 2004. Con “La banda” ha ottenuto numerosi premi nei festival di tutto il mondo ed è stato acclamato al Festival di Cannes 2007.
marzo 2008



Sweeney Todd

Sullo sfondo di una Londra degna di un romanzo di Charles Dickens, un ex barbiere torna dopo 15 anni di ingiusta prigionia con l’unico pensiero di vendicarsi del giudice Turpin che gli ha rubato moglie e figlia molti anni prima. Ultimo lavoro di Tim Burton, tratto da un musical di Broadway del 1979 scritto da Hugh Callingham Wheeler e con le musiche di Stephen Sondheim, il film riesce ad amalgamare bene le parti cantate con i dialoghi. Su una musica potente, dai toni grandiosi anche se forse un po’ retorica in certi punti, scopriamo il talento di Johnny Depp che per la prima volta canta in un film. Oltre alla sua voce spiccano la sua interpretazione e la sua cattiveria nel ruolo del diabolico barbiere, a cui fa da perfetto controcanto ironico il personaggio interpretato da Helena Bonham Carter, Miss Lovett. Si perché il film è un musical horror che riesce a creare tensione ma fa anche sorridere per il suo humour nero, affidato soprattutto al ruolo di Miss Lovett che diventa complice dei piani di vendetta di Sweeney Todd.
L’aspetto horror del film viene mitigato sia dalle parti cantate e dai loro testi, sia dalla stilizzazione del sangue, che pure scorre a fiumi, ma è trattato come fossimo in un fumetto. Una resa dichiaratamente falsa della violenza che fa funzionare il film nel suo complesso e che troviamo preannunciata già nella sequenza titoli, un’animazione che richiama gli elementi principali della storia e ci avvisa che vedremo scorrere a fiumi un sangue più simile ad una densa vernice rossa. Contribuisce alla sensazione di stilizzazione e caricatura anche la caratterizzazione dei personaggi, ottenuta soprattutto con il trucco.
Grande poi è la cura riservata all’immagine, allo scopo di differenziare la Londra degradata, grigia e blu, le cui scenografie si sono guadagnate un Oscar, dalle sequenze dei ricordi felici di Sweeney Todd, dai toni caldi e luminosi.
febbraio 2008



INGANNEVOLE E’ IL CUORE PIU’ DI OGNI COSA - J.T. Leroy

Questo libro è un viaggio da salmoni. E’ come risalire la corrente di un fiume.
Partendo dall’ultimo anello della catena, su su fino alle origini di una visione distorta della vita, del peccato, del bene e del male, tornando infine, per chiudere il cerchio, a ciò da cui si era partiti: il protagonista. Jeremiah è un bambino di soli quattro anni che scopre di essere stato adottato quando la madre naturale, Sarah, divenuta diciottenne, torna a riprenderselo perché, dice, è suo. Comincia così per lui una vita randagia, fra uomini violenti (i partner della madre), furti nei supermercati, “carbone avvelenato”, fabbriche di “cristallo”, stazioni di servizio ed esperienze troppo precoci per un bambino di quell’età.
Nel frattempo Sarah, carattere ostinato e ribelle sottoposto dalla famiglia, rigidamente ortodossa, ad un’educazione fatta di punizioni corporali tremende anche psicologicamente, per ciò che è considerato peccato, sembra rifarsi sul figlio di ciò che ha subito.
Gli dice infatti che appena nato urlava tanto da sembrare indemoniato, lo convince di essere posseduto dal peccato, di avere una natura cattiva; per questo nessuno lo vuole, anzi lo cercano, vogliono arrestarlo e per questo Sarah gli fa cambiare nome, lo porta lontano minacciandolo però continuamente di consegnarlo se accenna a comportarsi come lei non vuole. Per Jeremiah quindi la madre resta l’unico riferimento, seppure discutibile; restare aggrappato a lei è l’unica via di salvezza, mentre verso se stesso sviluppa un sentimento pericoloso: si sente addosso il male, rifiuta la sua identità, ancora vaga, detesta la sua natura fino ad arrivare ad identificarsi con Sarah, voler essere lei.
Desidera essere punito per sentirsi pulito dopo. Brama l’unico contatto umano che abbia mai conosciuto: quello fatto di violenza e dolore (confondendolo col piacere), sperimentato nel periodo trascorso nella casa dei nonni attraverso gli stessi metodi usati tempo prima per sua madre.
Tutto, o quasi tutto, si spiega andando a indagare nella vita dell’autore: J.T. Leroy, 23 anni, nuovo fenomeno della letteratura americana, ha cominciato a scrivere su consiglio del suo psicoterapeuta, per superare il trauma di un’infanzia e adolescenza vissute dentro una roulotte in un parcheggio, al seguito della madre, prostituta nelle stazioni di servizio frequentate da camionisti, svolgendo la sua stessa attività con contorno di droghe e alcool. Romanzo fortemente autobiografico, dunque, seppure con vicende inventate, che segue il modello del suo primo lavoro “Sarah” (vero nome della madre), caratterizzato da una narrazione che procede a salti, che parte constatando la fine di un episodio e poi a lampi, come tanti flashback, ne racconta l’inizio finchè i fili della vicenda si riannodano.
Il lettore è spaesato, confuso e allo stesso tempo viene condotto per mano, legge qualcosa che a volte lo disgusta anche, ma da cui non riesce a staccarsi. C’è un bisogno di continuare il viaggio, di arrivare alla sorgente, di capire, guardando i fatti con gli occhi ingenui di questo bambino, passando attraverso una scrittura cruda, a tratti visionaria, sempre comunque forte. Come un pugno nello stomaco insomma, ma con una sensazione di dolcezza nella pietà e comprensione, mista alla rabbia, che si finisce per provare per quella creatura innocente devastata da qualcosa di più grande di lui.
marzo 2003



OCEANO MARE - Alessandro Baricco

Ogni libro è un viaggio e questo è particolarmente dolce. Oceano mare è un viaggio dentro se stessi, nella propria spiritualità; esso contiene infatti un insieme di spunti e riflessioni che stimolano a guardarsi dentro.
Tutto questo partendo da una profonda meraviglia ed ammirazione per qualcosa che solitamente ci sembra banale e scontato: il mare. Non si tratta solamente di guardarlo con spirito romantico considerandolo come fonte d’ispirazione.
Qui esso sembra prendere corpo, avere vita propria; si configura come entità a sé stante che interagisce con la vita degli uomini risultando determinante per le loro esistenze. Ogni personaggio del libro infatti sperimenta il suo incontro con l’oceano mare e ne viene segnato, trattiene in sé l’impronta di ciò che il mare gli ha urlato dentro.
Per ognuno egli è qualcosa di diverso: una cura per la piccola Elisewin, la bambina spaventata dalla vita e per Madame Deverià, malata d’adulterio; un oggetto di studio e d’indagine per il professor Bartleboom, occupato a definire i limiti degli elementi della natura e il pittore Plasson che vuole farne un ritratto ma non ne trova gli occhi, il punto da cui poter cominciare; una rivelazione attraverso l’orrore e l’esperienza estrema per Thomas Adams e il dottor Savigny, protagonisti della parte centrale del libro.
Tutti personaggi, questi e gli altri, fuori del comune (forse qualcuno direbbe “svitati”), sorprendenti, sospesi in un’atmosfera eterea in un luogo, la locanda Almayer, sulla riva del mare che “..non è più terra, non è ancora mare. Non è vita falsa, non è vita vera. E’ tempo. Tempo che passa. E basta”. Le coordinate di tempo e di spazio in cui si svolgono le vicende, infatti, non sono precisate né attinenti alla realtà; ci si immagina soltanto un mare nordico, una spiaggia vuota spazzata da un vento freddo, niente più. La sensazione che si ha per tutto il libro è proprio quella di stare sospesi in un’altra dimensione, di incontrare un universo di poesia che si muove al di sopra della realtà che danzando ti affascina che sussurra ed accarezza l’anima tranne per la parte centrale, il cui stile crudo stride col resto del libro. Se all’inizio la trama si presenta un po’ oscura e i legami tra le vicende dei vari personaggi sfuggono, alla fine tutti i fili si riannodano, ogni esperienza trova la sua conclusione, quando in modo tragico, quando ironico, quando sereno ma per tutti c’è un ritorno dopo l’incontro con l’infinito. Ecco perché la lettura di questo libro richiede perseveranza e la disposizione a lasciarsi trascinare dal ritmo della narrazione e dallo stile dell’autore, senza lasciarsi scoraggiare dalla prima sensazione di smarrimento.


Febbraio 2004